Passioni proibite: la zoofilia tra tabù e diagnosi clinica
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La sessualità umana, nella sua varietà e complessità, può talvolta oltrepassare i confini della norma socialmente condivisa, andando a toccare territori considerati proibit*, disturbanti, o addirittura impensabili. Tra questi rientra la zoofilia, ovvero l’attrazione erotica e/o affettiva verso gli animali non umani. Un tema che solleva inevitabilmente reazioni forti, ma che merita di essere affrontato con consapevolezza scientifica.
Cosa si intende per zoofilia?
In ambito psicologico e psichiatrico, la zoofilia è definita come una “parafilia”, ovvero una forma di comportamento sessuale atipico, in cui l’eccitazione è legata a oggetti, situazioni o esseri viventi non convenzionali. Nel caso della zoofilia, l’eccitazione sessuale è orientata verso gli animali.
Nel DSM-5 si parla di zoofilia?
No. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) non menziona esplicitamente la zoofilia come diagnosi autonoma, ma la include all’interno della categoria “altre parafilie specificate”, quando tale interesse e attività causa sofferenza significativa alla persona o coinvolge atti non consensuali o dannosi.

C’è differenza fra fantasie zoofile e comportamenti zoofili?
Assolutamente si. È importante distinguere tra le fantasie zoofile, che possono rimanere nel dominio dell’immaginario, e i comportamenti zoofili agiti, che implicano gravi implicazioni etiche e legali.
Cosa è il “bestialismo”?
Il termine indica anch’esso il rapporto sessuale con animali, ma in ambito clinico si preferisce il termine “zoofilia”, che indica una vera e propria attrazione affettivo-sessuale, a volte accompagnata da un legame affettivo idealizzato con l’animale. Questo distingue la zoofilia da pratiche meramente trasgressive, sadiche o legate a forme di dominio.
Da cosa può dipendere questa parafilia?
Le cause della zoofilia non sono univoche. Alcune ipotesi evidenziano fattori legati all’isolamento, all’abuso infantile, a disturbi dello sviluppo sessuale o all’assenza di modelli relazionali sani durante l’adolescenza. In altri casi, l’interesse zoofilo può insorgere come modalità difensiva, in persone che percepiscono le relazioni umane come minacciose, troppo complesse o cariche di rifiuto. L’animale, al contrario, appare come un essere docile, accogliente, non giudicante.
Tutto questo ovviamente non giustifica l’atto, ma ne offre una possibile chiave di lettura clinica.
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Quale è il profilo psicopatologico dello zoofilo?
Chi presenta comportamenti zoofili persistenti può, in alcuni casi, manifestare tratti narcisistici, evitanti o antisociali, oppure condizioni psichiatriche più complesse. Tuttavia, non tutte le persone che riferiscono fantasie zoofile soddisfano i criteri per un disturbo mentale. Il discrimine fondamentale, come per ogni parafilia, è la “sofferenza soggettiva” che viene manifestata, oltre che l’impatto sul funzionamento sociale, relazionale e lavorativo, per non parlare dell’eventuale maltrattamento dell’animale.
La zoofilia è un reato?
Sul piano giuridico, in molti Paesi la zoofilia è considerata un reato, inquadrata come “maltrattamento di animali” o “atto osceno”. La questione centrale è quella del consenso: un animale non è in grado di esprimere un’assunzione consapevole, e pertanto ogni atto sessuale è considerato una violazione.
Può esistere “reciprocità” fra specie diverse?
Dal punto di vista etico, questo tema solleva molti interrogativi irrisolti, anche perché il “consenso” dell’animale non è esplicito, ma va interpretato.

Cosa può fare la psicoterapia rispetto a questa parafilia?
Il lavoro terapeutico può offrire uno spazio di elaborazione sicuro e non giudicante. L’obiettivo è comprendere le sue origini, esplorare i significati affettivi legati al comportamento e costruire alternative relazionali più sane e sostenibili. In alcuni casi, può essere utile un trattamento integrato con supporto farmacologico.
Dr. Walter La Gatta

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