Dr. Walter La Gatta

Psicoterapeuta e Sessuologo Online

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Dr. Walter La Gatta
Psicologo – Psicoterapeuta – SessuologoDr. Walter La GattaRiceve in presenza ad Ancona, Fabriano, Civitanova Marche, Terni e Milano
Consulenze psicologiche e sessuologiche online
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Aprile 11, 2026La sindrome di Pollicino e la dismorfofobia maschile Negli ultimi anni si è osservato un aumento delle richieste di consulenza andrologica e sessuologica da parte di uomini insoddisfatti delle dimensioni del proprio pene. In ambito divulgativo questo fenomeno viene talvolta indicato con l’espressione “sindrome di Pollicino”, una metafora che richiama l’idea di una persona che si sente insicura e che cerca costantemente punti di riferimento per orientarsi rispetto al proprio corpo e al proprio valore. Cerchiamo di saperne di più. Che cosa si intende con “sindrome di Pollicino”? La cosiddetta sindrome di Pollicino non è una diagnosi clinica ufficiale, ma un termine descrittivo utilizzato per indicare una condizione in cui l’attenzione è focalizzata in modo persistente sulle dimensioni del pene, vissute come insufficienti indipendentemente dai parametri oggettivi. Il riferimento alla fiaba di Pollicino serve a descrivere la tendenza a “misurarsi” continuamente e a cercare conferme esterne per orientare la propria autostima, a causa di un’ansia patologica legata alla convinzione che il proprio pene sia troppo piccolo. Esiste una base clinica riconosciuta per questo fenomeno? Dal punto di vista della classificazione psichiatrica, il quadro più vicino è il Disturbo da Dismorfismo Corporeo, conosciuto anche come dismorfofobia, incluso nei principali manuali diagnostici. Le ricerche indicano che circa il 2 per cento della popolazione generale può presentare questo disturbo; studi clinici riportano che molti uomini che richiedono interventi chirurgici rientrano in questa categoria psicopatologica, anche quando le misure rientrano nella norma statistica. Quali sono i dati clinici più rilevanti? Le misurazioni cliniche riportano che la lunghezza media del pene in erezione negli uomini italiani si colloca intorno ai 13-14 centimetri, con variazioni individuali fisiologiche ampie e normalmente compatibili con una sessualità funzionale. Un ulteriore dato rilevante da tenere in considerazione riguarda il fatto che la maggior parte degli uomini che richiede interventi di allungamento presenta misure già comprese nella norma anatomica, spesso pari o superiori ai 14 centimetri. Qual è il profilo psicologico tipico dei soggetti coinvolti? Le osservazioni cliniche indicano che molti dei soggetti che presentano questo tipo di preoccupazione sono uomini giovani o adulti giovani, spesso tra i 14 e i 40 anni. In diversi casi sono presenti tratti di personalità ossessiva, elevata sensibilità al giudizio sociale e forme di ansia o timidezza che possono evolvere in fobia sociale. Un elemento frequentemente riportato è l’iperattenzione corporea, che si manifesta attraverso controlli ripetuti, confronti con altri e misurazioni continue. Ambienti come spogliatoi, palestre o contesti di confronto fisico possono accentuare tali vissuti, favorendo processi di auto-osservazione e incremento dell’ansia. Perché la chirurgia non risolve sempre il problema? La letteratura clinica evidenzia che, nei casi in cui è presente un disturbo da dismorfismo corporeo, gli interventi chirurgici di tipo estetico non garantiscono un miglioramento del disagio psicologico. Anche quando l’intervento modifica l’oggetto della preoccupazione, il focus ansioso tende spesso a spostarsi o a persistere. Per questo motivo, si sottolinea l’importanza di una valutazione multidisciplinare che includa anche il supporto psicologico o psichiatrico, soprattutto quando la richiesta chirurgica è guidata da insoddisfazione corporea persistente più che da un reale bisogno medico. Qual è il punto centrale dal punto di vista psicologico? Il dato clinico più rilevante è la discrepanza tra realtà oggettiva e percezione soggettiva. In molti casi, il disagio non nasce da una condizione anatomica, ma da una valutazione distorta del proprio corpo e dal significato attribuito a quella caratteristica. La preoccupazione diventa quindi un elemento identitario che influenza l’autostima, la sessualità e le relazioni interpersonali. Qual è l’indicazione clinica generale? Le linee di intervento suggerite in ambito specialistico prevedono una valutazione accurata della componente psicologica, soprattutto quando la richiesta di modifica corporea è persistente e non proporzionata ai dati oggettivi. L’approccio più efficace è generalmente integrato e mira non solo al sintomo, ma al vissuto di insicurezza e alla rappresentazione del corpo. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di Jean-Paul Wright [...] Read more...
Marzo 30, 2026Come e perché si arrossisce? Arrossire è una risposta involontaria controllata dal sistema nervoso simpatico, lo stesso che entra in azione durante la risposta di “lotta o fuga” di fronte a una minaccia. Sebbene non sia sotto il controllo della volontà, questa reazione è fortemente influenzata dai pensieri: se percepiamo un pericolo reale o immaginario, il corpo reagisce di conseguenza, mentre segnali più sfumati producono risposte più lievi. Cerchiamo di saperne di più. Cosa succede quando si arrossisce? Quando ci si sente minacciati o socialmente sotto pressione, il corpo rilascia adrenalina. Questo ormone stimola diversi sistemi: accelera la respirazione e il battito cardiaco, aumenta il flusso sanguigno ai muscoli e rallenta funzioni meno urgenti come la digestione. Tra gli effetti più visibili c’è la vasodilatazione, cioè l’allargamento dei vasi sanguigni, che aumenta il flusso di sangue. Cosa succede sul viso? Nel viso, l’adrenalina attiva le vene tramite segnali chimici come l’adenilato ciclasi, permettendo al sangue di scorrere più velocemente. L’aumento di flusso sanguigno provoca il caratteristico rossore, facilmente percepibile dagli altri come segnale di imbarazzo o disagio sociale. Questo fenomeno è più evidente sul volto rispetto ad altre parti del corpo, perché le vene del resto del corpo rispondono poco o per nulla all’adrenalina. Ci sono altri modi di produrre rossore? Si. Bere alcolici, l’eccitazione sessuale o l’attività fisica possono provocare arrossamenti, ma il rossore legato all’imbarazzo è unico perché strettamente collegato alla risposta emotiva e sociale mediata dall’adrenalina. La psicologia del rossore L’arrossire può avere una funzione sociale: secondo la psicologia evoluzionista, il rossore sarebbe un segnale non verbale per comunicare consapevolezza di un errore o disagio, “chiedendo scusa” senza parole. Tuttavia, non tutte le situazioni in cui arrossiamo rientrano in questa spiegazione: l’attrazione, la timidezza, la sorpresa o la gioia intensa possono attivare lo stesso fenomeno. La sensibilità individuale, l’empatia e il contesto sociale influenzano fortemente la probabilità di arrossire. Eritrofobia e trattamenti medici Chi soffre di eritrofobia prova una paura intensa di arrossire, spesso legata a ansia sociale. In casi estremi, la simpatectomia endotoracica (ETS) è stata utilizzata per ridurre rossore e sudorazione eccessiva, ma si tratta di una procedura invasiva con effetti collaterali significativi. Il trattamento oggi è riservato a situazioni gravi e non viene considerato una soluzione comune per l’arrossire normale. Arrossire è universale? Tutte le persone arrossiscono, ma la visibilità varia a seconda di fattori come la carnagione, la sensibilità dei vasi sanguigni e la personalità. Gli animali non arrossiscono come noi, ma mostrano segnali comportamentali simili per comunicare pentimento o sottomissione, suggerendo che l’arrossire umano possa avere radici evolutive nella comunicazione sociale. Quando e perché si arrossisce? Il rossore si manifesta più facilmente in contesti emotivamente rilevanti: davanti a persone importanti, durante complimenti, situazioni di imbarazzo o forti emozioni. È un segnale naturale, spesso amplificato dall’ansia sociale, dalla timidezza o dalla consapevolezza di essere osservati. Come gestire il rossore? Non esiste un modo semplice per fermare l’arrossire, ma si può ridurre la frequenza e l’intensità lavorando su fiducia in sé stessi e gestione dell’ansia. Tecniche psicologiche, come la terapia cognitivo-comportamentale o la mindfulness, aiutano a interpretare le situazioni in modo meno minaccioso, riducendo la risposta del sistema nervoso simpatico e il conseguente rossore. In pratica, più si impara a leggere la realtà in modo equilibrato, meno il corpo reagirà come se fosse in pericolo, trasformando l’arrossire da fonte di imbarazzo in semplice reazione fisiologica naturale. Dr. Walter La Gatta Foto di cottonbro studio [...] Read more...
Marzo 23, 2026Il placebo: che cosa è e come viene usato Il placebo è un concetto centrale nella medicina moderna, studiato per comprendere l’interazione tra mente e corpo nella percezione del benessere. Il termine indica sostanze o trattamenti privi di effetti terapeutici specifici sull’organismo, somministrati in contesti controllati o clinici. Nonostante la loro natura “inattiva”, i placebo possono generare effetti reali sui pazienti, legati principalmente alla convinzione di ricevere una cura efficace e al meccanismo di risposta psicologica che ne consegue. Cerchiamo di saperne di più. A quando risale l’uso dei placebo? L’uso dei placebo risale a secoli fa, ma il concetto ha assunto una forma scientifica chiara solo nel XX secolo, con gli studi clinici controllati randomizzati. In questi studi, i pazienti vengono divisi in due gruppi: uno riceve il farmaco sperimentale, l’altro il placebo. Questa pratica permette di isolare gli effetti reali della sostanza attiva da quelli derivanti dall’aspettativa psicologica del trattamento. Nel corso del tempo, i placebo sono stati utilizzati anche nella pratica clinica quotidiana per valutare e sfruttare la componente psicologica del processo di guarigione. Quali sono i placebo più frequentemente somministrati? I placebo più frequentemente somministrati comprendono vitamine e farmaci per il mal di testa, ma in alcuni casi anche antibiotici e sedativi vengono prescritti non per la loro efficacia diretta, bensì per il loro effetto rassicurante sulla psiche del paziente. In queste situazioni, la sostanza ha effetti reali sull’organismo e quindi non può essere considerata un placebo “puro”, ma il principio alla base è simile: indurre una risposta positiva attraverso la percezione di cura. Quanto è diffuso l’uso del placebo? Studi condotti a livello internazionale hanno evidenziato quanto l’uso dei placebo sia diffuso nella pratica medica. Metà dei medici americani che hanno risposto a un questionario nazionale ha dichiarato di prescrivere regolarmente placebo ai propri pazienti. Lo studio ha coinvolto 679 internisti e reumatologi selezionati casualmente da un elenco nazionale di specialisti, e risultati simili sono stati osservati in altri paesi come Danimarca, Israele, Gran Bretagna, Svezia e Nuova Zelanda. Questi dati suggeriscono che, pur essendo oggetto di dibattito etico, l’impiego dei placebo non è raro nella pratica clinica. Quanto è efficace il placebo? L’efficacia dei placebo è sorprendente in diversi contesti. Studi clinici hanno mostrato che tra il 30 e il 40 percento dei pazienti depressi che ricevono un placebo riferiscono un miglioramento dei sintomi, talvolta superiore a quello osservato con alcuni farmaci antidepressivi. Effetti simili sono stati riscontrati nel trattamento dell’ipertensione e del dolore, indicando come la convinzione di essere curati possa attivare meccanismi neurobiologici reali legati al rilascio di neurotrasmettitori e modulazione della percezione del dolore. L’uso del placebo è sempre etico? La American Medical Association si è espressa contro la somministrazione di sostanze inattive, sostenendo che tale pratica compromette la fiducia tra medico e paziente. Far assumere una medicina priva di efficacia specifica senza trasparenza può minare la relazione terapeutica e insegnare ai pazienti a dipendere dalla pillola per ogni disagio, favorendo un approccio passivo alla gestione della salute. L’uso improprio di antidepressivi o antibiotici come placebo è particolarmente problematico, poiché questi farmaci hanno effetti reali sull’organismo, inclusi potenziali effetti collaterali, e non dovrebbero essere somministrati senza indicazioni mediche chiare. La sfida per i medici consiste nel bilanciare il potenziale beneficio psicologico dei placebo con la necessità di mantenere una relazione terapeutica basata sulla fiducia e sulla responsabilità professionale. La ricerca continua a esplorare come il placebo possa essere utilizzato in modo eticamente corretto, massimizzando il vantaggio per i pazienti senza compromettere la trasparenza e la sicurezza della pratica medica. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di Atlantic Ambience [...] Read more...
Marzo 19, 2026Eiaculazione precoce: una guida completa L’eiaculazione precoce è un disturbo sessuale comune che può generare ansia, ridotta autostima e tensione nei rapporti di coppia. La definizione clinica si basa sulla persistenza del problema e sulla minima stimolazione necessaria per l’orgasmo, non sul confronto con i tempi della partner o sulle aspettative personali. Molti uomini la temono, spesso irrazionalmente, perché raggiungono l’orgasmo più rapidamente di quanto desiderino, specialmente sotto stress o eccitazione intensa. Cerchiamo di saperne di più. Cosa è l’eiaculazione precoce? L’eiaculazione è considerata precoce quando avviene persistentemente e con minima stimolazione, prima o subito dopo la penetrazione, e comunque prima che l’uomo lo desideri. Non è corretto basare la definizione sui tempi della partner o su desideri personali di “perfezione”. Alcuni uomini la percepiscono come problema anche quando i tempi rientrano nella norma, mentre l’eiaculazione reale precoce può manifestarsi con frequenza e con stimolazione minima. Quali sono le cause? Le cause possono essere psicologiche, relazionali o organiche. Alcuni uomini non riconoscono il “punto di inevitabilità”, la sensazione che precede l’eiaculazione, e non intervengono modificando la stimolazione. Pressioni della partner, precedenti esperienze negative, sensi di colpa legati a masturbazione rapida o rapporti occasionali, partner occasionali, eccessiva eccitazione sessuale o scarso desiderio, inesperienza, scarsa frequenza dei rapporti, giovane età e problemi organici come infiammazioni urinarie o della prostata possono tutti contribuire. Alcuni uomini hanno una predisposizione fisiologica a eiaculare più rapidamente. L’ansia da prestazione e una ridotta autostima possono aggravare il problema e creare un circolo vizioso difficile da interrompere senza intervento mirato. Quanto deve durare la penetrazione? La durata “normale” è personale e può variare da due minuti a ore, a seconda delle aspettative individuali e della coppia. In alcune coppie, l’eiaculazione precoce può essere considerata un falso problema se la soddisfazione sessuale complessiva è adeguata, perché il piacere non dipende solo dalla durata ma dalla qualità dell’esperienza sessuale condivisa. In cosa consiste una valutazione completa da parte di un andrologo? La valutazione completa include la storia sessuale, l’esame fisico e, se necessario, esami del sangue per controllare i livelli ormonali. In presenza di disfunzioni erettili associate o sospetti problemi psicologici, il medico può consigliare la visita da un sessuologo. Quali tecniche comportamentali possono aiutare? Il rilassamento è fondamentale: un rapporto sessuale in uno stato di pieno rilassamento migliora il controllo. Tecniche come il training autogeno, la meditazione o la respirazione profonda possono ridurre ansia e tensione. La tecnica dello stop-start consiste nell’interrompere la stimolazione prima dell’orgasmo, aspettare che l’eccitazione diminuisca e riprendere, per imparare a riconoscere e controllare il punto di inevitabilità. La tecnica dello squeeze, o compressione, ideata da Masters e Johnson, prevede che la partner stringa il pene appena sotto il glande fino a ridurre l’erezione quando si percepisce l’avvicinarsi dell’orgasmo. La masturbazione programmata prima del rapporto può aiutare a ridurre l’eccitazione e aumentare il controllo. L’uso del preservativo o di preservativi specifici “climax control” può diminuire la sensibilità. Movimenti lenti, pause e variazione del ritmo contribuiscono al controllo eiaculatorio. Creme desensibilizzanti con benzocaina o lidocaina possono ridurre la sensibilità del pene, anche se possono diminuire il piacere per entrambi i partner. Queste tecniche possono essere praticate inizialmente in solitudine o durante il petting, e poi durante il rapporto vero e proprio, partendo da posizioni più facili come la donna sopra, passando a laterale e infine al missionario, dove il controllo è più difficile. Quali esercizi muscolari sono utili? Gli esercizi del pavimento pelvico, o Kegel, rinforzano i muscoli coinvolti nell’eiaculazione. Si individuano i muscoli fermando il flusso urinario o trattenendo gas, poi si contrae per tre secondi e si rilascia per tre secondi, ripetendo per tre serie da dieci ripetizioni al giorno, inizialmente da sdraiati e successivamente anche in piedi o seduti. Quali farmaci possono essere utilizzati? Gli agenti anestetici topici come creme, gel o spray a base di lidocaina o benzocaina riducono la sensibilità e possono ritardare l’eiaculazione.  Alcuni farmaci per la disfunzione erettile, come sildenafil o tadalafil, possono essere utili se associati a SSRI. La scelta del farmaco deve essere personalizzata in base alle caratteristiche cliniche e agli effetti collaterali possibili. Quale ruolo ha la consulenza sessuale o di coppia? La consulenza aiuta a ridurre l’ansia da prestazione, a migliorare la comunicazione con il/la partner e a ripristinare la soddisfazione sessuale. Permette di affrontare sentimenti di frustrazione, vergogna o rabbia legati al disturbo e di sviluppare strategie efficaci per gestire l’eccitazione e il controllo eiaculatorio. Quale tipo di trattamento si è rivelato il più efficace? Il trattamento più efficace spesso combina tecniche comportamentali, esercizi muscolari, farmaci e supporto psicologico. La pratica costante e graduale consente di acquisire controllo, ridurre l’ansia da prestazione e migliorare l’esperienza sessuale complessiva sia per l’uomo che per il/la partner, valorizzando il piacere condiviso e il benessere psicologico. Programma integrato settimanale per migliorare controllo eiaculatorio e benessere sessuale Prima di rivolgersi a un sessuologo si può tentare questo programma in autonomia, con l’obiettivo di aumentare il controllo eiaculatorio, ridurre ansia da prestazione e migliorare la soddisfazione sessuale. Settimana 1-2: consapevolezza e rilassamento Inizia con sessioni quotidiane di rilassamento di 10-15 minuti usando tecniche di respirazione profonda o training autogeno. Prima di ogni attività sessuale, dedicati a momenti di rilassamento e intimità non penetrativa. Identifica il “punto di inevitabilità” durante la masturbazione, cercando di riconoscere la sensazione che precede l’orgasmo. Settimana 3-4: introduzione alle tecniche stop-start e squeeze Pratica lo stop-start durante la masturbazione, fermandoti appena prima dell’orgasmo e aspettando che l’eccitazione diminuisca prima di riprendere. Aggiungi la tecnica dello squeeze, applicando pressione alla base del glande per ridurre l’erezione quando percepisci il punto critico. Inizia a praticare il petting con la partner usando queste tecniche, concentrandoti sul controllo senza arrivare subito alla penetrazione. Continua esercizi di rilassamento e respirazione quotidiani. Settimana 5-6: esercizi del pavimento pelvico e integrazione col rapporto Inizia gli esercizi di Kegel tre volte al giorno, 10 ripetizioni per serie, inizialmente sdraiato e poi in posizione seduta o in piedi. Durante il rapporto, prova posizioni più facili per il controllo, come donna sopra o posizione laterale. Mantieni movimenti lenti, pause e variazione del ritmo. Settimana 7-8: consolidamento e generalizzazione Pratica le tecniche apprese nelle posizioni più difficili, come il missionario con l’uomo sopra, per generalizzare il controllo. Continua esercizi del pavimento pelvico, rilassamento e tecniche comportamentali. Mantieni comunicazione aperta con la partner, discutendo sensazioni, ritmi e piacere. Durante tutto il percorso, osserva i progressi senza aspettative di perfezione: ogni miglioramento del controllo e della soddisfazione sessuale è significativo. Se il programma non funziona: non è perché è sbagliato il programma, ma perché farlo da soli non è semplice. Parlare di ogni singolo passaggio con una persona competente, che insegna, consiglia e supporta, è al centro della cura. In questo caso il consiglio è quello di rivolgersi a un sessuologo. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di Ivan Babydov [...] Read more...
Marzo 10, 2026Ipnosi: come funziona davvero? Negli ultimi decenni l’ipnosi è diventata oggetto di un crescente interesse scientifico. Se in passato era spesso associata allo spettacolo o a fenomeni misteriosi, oggi viene studiata in ambito psicologico, medico e neuroscientifico. Numerose ricerche hanno cercato di capire che cosa accade nella mente e nel cervello durante lo stato ipnotico, quali meccanismi siano coinvolti e in quali ambiti terapeutici possa essere utile. Nonostante le evidenze scientifiche accumulate, l’ipnosi continua comunque a suscitare curiosità nel grande pubblico e talvolta anche scetticismo. Cerchiamo quindi di saperne di più. Che cos’è esattamente l’ipnosi? L’ipnosi è generalmente definita come una procedura psicologica attraverso la quale una persona viene guidata a entrare in uno stato particolare di attenzione focalizzata e di maggiore ricettività alle suggestioni. In questa condizione l’individuo è invitato a immaginare esperienze sensoriali o emotive molto vivide, che possono essere percepite come particolarmente realistiche. Lo stato ipnotico non è un sonno né una perdita di coscienza. La persona rimane vigile e consapevole dell’ambiente, ma l’attenzione tende a concentrarsi soprattutto sulle immagini mentali, sulle sensazioni corporee o sulle indicazioni fornite dal terapeuta. In questo senso l’ipnosi può essere descritta come uno stato di coscienza modificato, caratterizzato da un’intensa concentrazione e da una riduzione delle distrazioni interne ed esterne. Che cosa succede nel cervello durante l’ipnosi? Le tecniche di neuroimaging, come la risonanza magnetica funzionale e la tomografia a emissione di positroni, hanno permesso negli ultimi anni di osservare alcuni cambiamenti cerebrali associati allo stato ipnotico. Questi studi suggeriscono che durante l’ipnosi si verifica una riduzione dell’attività in alcune aree cerebrali coinvolte nel pensiero autoreferenziale, cioè nei processi mentali che riguardano il continuo dialogo interno e le fantasie spontanee. Contemporaneamente si osserva un aumento della comunicazione tra regioni cerebrali coinvolte nel controllo dell’attenzione e nella pianificazione delle azioni. Questo particolare schema di attivazione potrebbe spiegare perché, durante l’ipnosi, le persone riescano a concentrarsi in modo molto intenso su specifiche immagini o suggerimenti, ignorando stimoli esterni o distrazioni. Alcuni ricercatori hanno anche osservato cambiamenti nelle reti cerebrali legate alla percezione del dolore e alle emozioni, il che potrebbe spiegare l’efficacia dell’ipnosi in alcune applicazioni cliniche, come il controllo del dolore o la gestione dell’ansia. Come inizia una sessione di ipnoterapia? Una sessione di ipnoterapia inizia generalmente con una fase chiamata induzione ipnotica. In questa fase il terapeuta utilizza una serie di indicazioni verbali e tecniche di rilassamento che aiutano la persona a concentrarsi progressivamente su alcune sensazioni o immagini mentali. Spesso vengono utilizzate metafore o conteggi progressivi che guidano il soggetto verso uno stato di maggiore calma e focalizzazione. L’obiettivo di questa fase è ridurre la tensione mentale e fisica, facilitando l’ingresso nello stato ipnotico. Dopo l’induzione può seguire una fase più profonda, durante la quale il terapeuta propone specifiche suggestioni mirate al problema che si vuole affrontare. Queste suggestioni possono riguardare emozioni, comportamenti, percezioni corporee o modi diversi di interpretare alcune situazioni. Le esperienze sotto ipnosi sono volontarie o involontarie? Una delle caratteristiche più interessanti dell’ipnosi è che molte risposte alle suggestioni vengono percepite come involontarie. Quando una persona riceve una suggestione ipnotica, può avere l’impressione che alcune azioni o sensazioni avvengano spontaneamente, quasi senza il proprio controllo cosciente. Per esempio, se viene suggerito che il braccio diventerà leggero e si solleverà, il soggetto può percepire il movimento come automatico. Dal punto di vista neurologico, tuttavia, l’azione è comunque generata dal cervello della persona stessa. Ciò che cambia è la percezione soggettiva del controllo sull’azione. Questo fenomeno è stato definito da alcuni studiosi come un’alterazione dei processi di monitoraggio interno, cioè della capacità di riconoscere come propri alcuni atti mentali o motori. L’ipnosi è diversa dalla semplice immaginazione? Sebbene l’immaginazione giochi un ruolo importante nell’esperienza ipnotica, esistono alcune differenze rilevanti. Quando immaginiamo volontariamente qualcosa, come il suono di un cane che abbaia o il profumo di un fiore, siamo consapevoli di star compiendo uno sforzo mentale. Durante l’ipnosi, invece, le immagini mentali possono apparire più automatiche e realistiche. Il soggetto può percepire l’esperienza come se fosse realmente presente, con un livello di vividezza sensoriale maggiore rispetto alla normale immaginazione volontaria. Le ricerche neuroscientifiche suggeriscono che durante queste esperienze ipnotiche alcune aree cerebrali coinvolte nella percezione sensoriale possono attivarsi in modo simile a quanto avviene durante esperienze reali. Tutte le persone possono essere ipnotizzate? Non tutte le persone rispondono allo stesso modo all’ipnosi. Un elemento fondamentale è la collaborazione del soggetto. L’ipnosi non può funzionare se la persona non è motivata o non è disposta a partecipare all’esperienza. La fiducia nel terapeuta, l’interesse verso la procedura e la capacità di concentrarsi sulle immagini mentali sono fattori che possono facilitare l’ingresso nello stato ipnotico. In questo senso l’ipnosi è simile all’esperienza di essere coinvolti in un film o in un romanzo. Più si è disposti a lasciarsi coinvolgere dalla narrazione, più intensa sarà l’esperienza. Esistono persone più ipnotizzabili di altre? La ricerca scientifica ha dimostrato che l’ipnotizzabilità, cioè la capacità di rispondere alle suggestioni ipnotiche, varia notevolmente tra gli individui. Alcune persone sono molto sensibili alle suggestioni e possono sperimentare fenomeni ipnotici molto intensi, mentre altre mostrano una risposta più limitata. Questa caratteristica sembra essere relativamente stabile nel tempo e può essere misurata attraverso specifiche scale psicologiche utilizzate nella ricerca. Alcuni studi suggeriscono che i livelli più elevati di ipnotizzabilità si osservano durante l’infanzia e la prima adolescenza. Successivamente tendono a stabilizzarsi nell’età adulta. Tuttavia le differenze individuali sono molto più importanti di quelle legate all’età o al genere. L’ipnosi può controllare la mente? Uno dei miti più diffusi riguarda l’idea che l’ipnosi possa permettere a qualcuno di controllare completamente la mente di un’altra persona. Le ricerche scientifiche non supportano questa convinzione. Durante l’ipnosi la persona mantiene la capacità di valutare le situazioni e di rifiutare suggerimenti che contrastano con i propri valori o desideri. Le suggestioni funzionano meglio quando sono coerenti con le aspettative e gli obiettivi del soggetto. L’ipnosi sembra agire soprattutto sui processi di consapevolezza e attenzione, modificando il modo in cui le persone percepiscono alcune esperienze, ma non elimina il libero arbitrio. Per quali problemi psicologici può essere utile l’ipnosi? L’ipnoterapia viene utilizzata in diversi ambiti clinici. Numerosi studi hanno mostrato che può essere efficace nel trattamento di alcune fobie, dei disturbi d’ansia, degli attacchi di panico e di alcuni disturbi psicosomatici. Un campo particolarmente studiato è quello della gestione del dolore. L’ipnosi può contribuire a ridurre la percezione del dolore cronico e viene talvolta utilizzata anche in contesti medici, come durante alcune procedure chirurgiche o odontoiatriche. Può essere utile anche per problemi di sonno, difficoltà di concentrazione, gestione dello stress e preparazione a situazioni ansiogene come parlare in pubblico. Spesso l’ipnosi viene integrata con altre forme di psicoterapia, diventando uno strumento che facilita il cambiamento emotivo e comportamentale. Si può imparare l’autoipnosi? Molti terapeuti insegnano ai pazienti tecniche di autoipnosi. L’autoipnosi consiste nell’imparare a entrare autonomamente in uno stato di rilassamento e concentrazione simile a quello sperimentato durante la seduta con il terapeuta. Queste tecniche possono includere esercizi di respirazione, visualizzazioni guidate o l’associazione tra uno stato mentale e un gesto specifico. Con la pratica, alcune persone riescono a richiamare rapidamente uno stato di calma e concentrazione. L’autoipnosi può essere utile per gestire l’ansia, migliorare il sonno, aumentare la concentrazione o affrontare situazioni stressanti. Quali effetti fisiologici produce l’ipnosi? Dal punto di vista fisiologico, l’ipnosi sembra attivare il sistema nervoso parasimpatico, che è responsabile delle risposte di rilassamento dell’organismo. Questo sistema è associato alla diminuzione della frequenza cardiaca, alla riduzione della tensione muscolare e a una respirazione più lenta e profonda. Allo stesso tempo si osserva una riduzione dell’attività del sistema nervoso simpatico, che è invece coinvolto nelle reazioni di stress e nella risposta di attacco o fuga. Questi cambiamenti fisiologici contribuiscono a creare uno stato di calma e benessere che può facilitare il lavoro terapeutico. Quante sedute sono necessarie per ottenere risultati? La durata del trattamento dipende dal tipo di problema affrontato. Alcuni disturbi relativamente circoscritti, come certe forme di insonnia o alcune fobie specifiche, possono migliorare in un numero limitato di sedute. Problemi più complessi, come disturbi dell’umore o difficoltà emotive radicate, richiedono generalmente un percorso terapeutico più lungo. L’efficacia del trattamento dipende da diversi fattori, tra cui il livello di ipnotizzabilità della persona, la motivazione al cambiamento e la qualità della relazione tra paziente e terapeuta. L’ipnosi è sicura e chi può praticarla? Quando viene utilizzata da professionisti adeguatamente formati, l’ipnosi è considerata una tecnica sicura. In ambito clinico viene generalmente praticata da psicologi, psicoterapeuti o medici che hanno seguito una formazione specifica in ipnoterapia. È importante che l’ipnosi venga utilizzata all’interno di un contesto professionale e con finalità terapeutiche chiare. In questo modo può diventare uno strumento utile e scientificamente fondato per favorire il benessere psicologico e affrontare diverse difficoltà emotive e comportamentali. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di cottonbro studio [...] Read more...
Marzo 9, 2026La meditazione orgasmica La meditazione è spesso associata al silenzio, alla respirazione o alla concentrazione sul proprio corpo. Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse pratiche che uniscono la consapevolezza a dimensioni meno esplorate dell’esperienza umana, tra cui la sessualità. Una di queste pratiche è la meditazione orgasmica, una tecnica strutturata che si svolge in coppia e che combina attenzione, contatto fisico e presenza mentale. Alcuni ricercatori hanno iniziato a studiarne gli effetti sul benessere psicologico, in particolare su quella forma di benessere definita eudaimonico, cioè legata alla realizzazione personale, al senso della vita e alla qualità delle relazioni. Uno studio recente ha analizzato i diari scritti da persone che praticano la meditazione orgasmica, cercando di capire come descrivono l’esperienza e quali effetti percepiscono nella loro vita emotiva e relazionale. Attraverso l’analisi qualitativa dei testi, i ricercatori hanno individuato diversi temi ricorrenti che riguardano la connessione con l’altro, la consapevolezza del corpo, il senso di libertà e la capacità di entrare in stati di concentrazione profonda simili a quelli descritti nella psicologia del flusso. Cerchiamo di saperne di più. Che cos’è la meditazione orgasmica? La meditazione orgasmica è una pratica strutturata di consapevolezza che si svolge tra due persone. Durante la pratica una persona accarezza delicatamente il clitoride di una donna per un periodo di circa quindici minuti, seguendo una sequenza precisa di passaggi e istruzioni. L’obiettivo non è l’eccitazione sessuale o il rapporto erotico, ma l’attenzione condivisa alle sensazioni che emergono nel corpo e nella mente. I partecipanti assumono due ruoli distinti. Una persona accarezza e l’altra riceve la stimolazione. Chi accarezza può essere di qualsiasi genere, mentre chi riceve deve avere un clitoride. L’orientamento sessuale dei partecipanti non è rilevante e la pratica può essere svolta sia da partner di una coppia, sia da persone che non hanno una relazione sentimentale. La pratica si svolge all’interno di quello che viene definito un contenitore, cioè una struttura di regole e passaggi che rendono l’esperienza ripetibile e delimitata nel tempo. Questa struttura è pensata per favorire uno stato di attenzione simile a quello della meditazione. La meditazione orgasmica è un atto sessuale? Molti praticanti sottolineano che la meditazione orgasmica è diversa dal rapporto sessuale. La differenza principale riguarda l’intenzione e l’attenzione. Nella pratica non si cerca necessariamente l’orgasmo né l’eccitazione erotica, ma si coltiva una forma di presenza mentale focalizzata sulle sensazioni corporee. In un sondaggio condotto su più di duecento partecipanti, oltre l’ottanta per cento ha dichiarato che l’esperienza assomiglia più alla meditazione che al sesso. Questo perché l’attenzione è rivolta al momento presente e al contatto sensoriale, piuttosto che alla prestazione o al piacere finale. Che cos’è il benessere eudaimonico? Il benessere eudaimonico è un concetto della psicologia che indica una forma di felicità legata alla realizzazione personale e al senso della propria vita. Non riguarda solo il piacere o la soddisfazione immediata, ma il sentirsi in sintonia con se stessi, crescere come persone e vivere relazioni significative. Secondo diversi modelli psicologici, questo tipo di benessere comprende dimensioni come l’autonomia, la crescita personale, l’accettazione di sé, la capacità di gestire il proprio ambiente e la qualità delle relazioni con gli altri. Alcuni ricercatori ipotizzano che la meditazione orgasmica possa facilitare proprio queste dimensioni, perché combina consapevolezza, contatto corporeo e relazione con l’altro. Che cos’è lo stato di flusso? Nella psicologia positiva il flusso è uno stato mentale in cui una persona è completamente immersa in un’attività. Quando si entra in questo stato, la concentrazione diventa intensa, il senso del tempo cambia e l’esperienza stessa diventa gratificante. Il flusso si verifica spesso durante attività creative, sportive o artistiche, ma può emergere anche in altre situazioni in cui l’attenzione è completamente focalizzata. Alcuni studi suggeriscono che durante la meditazione orgasmica i partecipanti possano entrare in uno stato simile al flusso. L’attenzione concentrata sulle sensazioni corporee e sulla relazione con l’altro può generare una forma di immersione totale nell’esperienza. Cosa accade nel cervello durante questa pratica? Alcune ricerche neuroscientifiche hanno osservato cambiamenti nell’attività di diverse aree cerebrali dopo la meditazione orgasmica. In particolare è stata rilevata una riduzione dell’attività in alcune regioni del lobo frontale, un fenomeno che compare anche in stati di meditazione profonda o durante esperienze di flusso. Sono stati osservati cambiamenti anche in alcune aree del sistema limbico, il sistema cerebrale coinvolto nella regolazione delle emozioni. Tra queste c’è l’amigdala, una struttura che ha un ruolo importante nell’elaborazione delle emozioni intense, sia positive sia negative. Questi risultati suggeriscono che la pratica potrebbe influenzare i processi emotivi e la percezione delle esperienze corporee. Come è stato condotto lo studio sui praticanti? Per comprendere meglio l’esperienza soggettiva della meditazione orgasmica, i ricercatori hanno analizzato i diari scritti dai praticanti. In totale cinquantacinque persone hanno prodotto oltre millecinquecento annotazioni, descrivendo le loro sensazioni, i pensieri e le emozioni legate alla pratica. Attraverso un’analisi qualitativa dei testi sono stati individuati diversi temi ricorrenti che riflettono il modo in cui i partecipanti interpretano l’esperienza. Quali esperienze descrivono le persone che praticano meditazione orgasmica? Molti praticanti parlano di un aumento della connessione con il partner. L’attenzione condivisa e il contatto fisico sembrano favorire una percezione di maggiore vicinanza emotiva e di empatia. Un altro tema riguarda la sensazione di prendere il controllo del processo. Alcune persone raccontano che la pratica permette di diventare più consapevoli delle proprie sensazioni e dei propri bisogni, sviluppando una maggiore autonomia emotiva. Molti diari descrivono anche un aumento della consapevolezza. I partecipanti raccontano di imparare a osservare con maggiore attenzione le sensazioni del corpo, i cambiamenti emotivi e i piccoli dettagli dell’esperienza. Cosa succede dopo la pratica? Alcuni praticanti descrivono effetti che continuano anche dopo la sessione di meditazione orgasmica. Tra questi vengono citati una maggiore calma mentale, una sensazione di energia nel corpo e un aumento della capacità di comunicare con gli altri. In alcuni casi le persone raccontano di sentirsi più presenti e più in contatto con le proprie emozioni anche nelle ore successive. Esistono anche difficoltà o aspetti critici? Non tutti i partecipanti descrivono l’esperienza come semplice. Alcuni raccontano difficoltà legate alla concentrazione, all’imbarazzo o alla gestione delle emozioni che emergono durante la pratica. Per alcune persone il processo richiede tempo prima di diventare naturale, soprattutto perché implica una forma di attenzione molto intensa al proprio corpo e alla relazione con l’altro. Quali stati interiori emergono durante la pratica? Tra i temi emersi nei diari c’è la capacità di aprirsi alle sensazioni. Alcuni praticanti descrivono un progressivo lasciarsi andare alle percezioni corporee, senza cercare di controllarle. Altri parlano di una sensazione di perdersi nell’esperienza, cioè di abbandonare temporaneamente il pensiero razionale per immergersi completamente nelle sensazioni del momento. Molti raccontano anche un senso di sicurezza e fiducia. La struttura della pratica e la presenza dell’altro possono creare un ambiente percepito come protetto. Infine compare spesso la sensazione di libertà. Alcune persone descrivono la pratica come uno spazio in cui sentirsi più autentici e meno condizionati da aspettative sociali. La meditazione orgasmica può migliorare il benessere? Secondo i ricercatori, le esperienze descritte dai partecipanti suggeriscono che questa pratica potrebbe facilitare alcune dimensioni del benessere eudaimonico. Tra queste ci sono la connessione con gli altri, la crescita personale, la consapevolezza di sé e la capacità di entrare in stati di flusso. La combinazione tra attenzione mentale, contatto corporeo e relazione potrebbe creare condizioni favorevoli per esperienze profonde di presenza e intimità. La meditazione orgasmica può essere considerata una nuova forma di pratica di consapevolezza? Negli ultimi anni molte pratiche sono state utilizzate per sviluppare la consapevolezza, tra cui meditazione, yoga, tecniche di respirazione o esercizio fisico. La meditazione orgasmica rappresenta un approccio diverso perché integra la dimensione sessuale con la pratica meditativa. Alcuni ricercatori suggeriscono che questa integrazione potrebbe offrire un modo alternativo per accedere a stati di presenza e connessione. Quali sono le prospettive future della ricerca? Per ora i risultati indicano che, per alcune persone, la meditazione orgasmica rappresenta un’esperienza capace di unire attenzione, corpo e relazione, aprendo uno spazio in cui la consapevolezza e l’intimità diventano parte dello stesso processo di crescita personale. Ulteriori ricerche ci sapranno dire di più. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Griggs, C., & Regan, R. (2025). An analysis of practitioners Journaled experiences of Orgasmic Meditation (OM). Sexual and Relationship Therapy, 40(3), 644–661. https://doi.org/10.1080/14681994.2025.2507788 Immagine Image by Ralf Ruppert from Pixabay [...] Read more...
Marzo 8, 2026L’esperienza dell’intervento alla prostata Il cancro alla prostata è oggi il tumore più frequente negli uomini. L’aumento dell’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione fanno prevedere che nei prossimi decenni il numero dei nuovi casi continuerà a crescere. Negli ultimi anni sono migliorate sia le tecniche diagnostiche sia le possibilità di trattamento, ma la malattia e le sue cure continuano ad avere un forte impatto sulla vita psicologica e relazionale degli uomini. Cerchiamo di saperne di più. Cosa è la prostatectomia radicale? Tra i trattamenti disponibili, la prostatectomia radicale è considerata uno degli interventi più efficaci quando il tumore è localizzato. Consiste nella rimozione chirurgica della prostata insieme alle vescicole seminali e, quando necessario, ai linfonodi e ad altri tessuti della zona pelvica. L’intervento può essere eseguito con tecnica tradizionale a cielo aperto, laparoscopica oppure con chirurgia robotica, che oggi è sempre più utilizzata in molti centri specializzati. Quanto è diffuso il tumore alla prostata? Il tumore della prostata rappresenta circa il 15% di tutte le neoplasie maschili ed è il più diffuso in oltre cento paesi del mondo. Le stime internazionali indicano che i casi globali potrebbero quasi raddoppiare: da circa 1,4 milioni nel 2020 a quasi 3 milioni entro il 2040. Questo significa che sempre più uomini si troveranno ad affrontare non solo la diagnosi, ma anche le conseguenze delle cure. Cosa comporta una prostatectomia radicale? Dal punto di vista medico, la prostatectomia radicale offre buone probabilità di controllo della malattia e riduce il rischio di mortalità. Tuttavia non è un intervento neutrale sul piano psicologico. Può comportare effetti collaterali come incontinenza urinaria e difficoltà nell’erezione, oltre a cambiamenti più profondi legati all’immagine di sé, alla sessualità e alla percezione della propria identità maschile. Come vivono gli uomini questa esperienza? Uno studio qualitativo condotto in Brasile ha cercato di capire come gli uomini vivono interiormente questa esperienza. I ricercatori hanno intervistato diversi pazienti operati di tumore alla prostata e hanno analizzato i loro racconti utilizzando un metodo che permette di ricostruire il “discorso collettivo”, cioè il modo in cui un gruppo di persone costruisce significati condivisi su una stessa esperienza. Dalle interviste emerge prima di tutto una forte ambivalenza. Per molti uomini l’intervento è vissuto come una liberazione. Il tumore rappresenta una minaccia di morte e l’operazione diventa il momento in cui si sente di aver ripreso il controllo della propria vita. Alcuni parlano di rinascita, altri di una seconda possibilità, qualcuno addirittura di una benedizione. In questi racconti prevale il sollievo per aver eliminato la malattia. Molti partecipanti descrivono anche la chirurgia come una scelta inevitabile. Nella loro percezione era l’unico modo sicuro per fermare il tumore e proteggere la propria vita. Alcuni, guardando indietro, pensano addirittura che sarebbe stato meglio intervenire prima. Cosa succede dopo l’intervento? Una parte degli uomini racconta una vita quotidiana che, dopo un periodo di adattamento, torna quasi normale. Alcuni riferiscono di non avere particolari problemi urinari o sessuali, altri spiegano di essersi semplicemente abituati ai cambiamenti del corpo. In queste storie emerge la capacità di adattarsi e di riorganizzare la propria vita attorno a nuove abitudini. Accanto a queste narrazioni più rassicuranti compaiono però vissuti molto più dolorosi. La difficoltà sessuale è uno dei temi più ricorrenti. Molti uomini descrivono la perdita dell’erezione come qualcosa che tocca direttamente il senso di virilità. Alcuni parlano di mutilazione, altri della sensazione di non poter più vivere la sessualità come prima. In diversi casi questo problema si riflette anche nella relazione con il/la partner, generando distanza, imbarazzo o paura del giudizio. Come vivono l’incontinenza urinaria? L’incontinenza urinaria può diventare una fonte di grande disagio. L’uso di pannolini, la paura di perdere urina in pubblico o durante le attività quotidiane e il senso di vergogna possono portare alcune persone a limitare la vita sociale. La virilità può essere compromessa? Per alcuni uomini il cambiamento non riguarda solo il corpo ma l’identità. Alcuni raccontano di sentirsi meno uomini, come se una parte importante di sé fosse stata perduta. In queste testimonianze compaiono sentimenti di tristezza, frustrazione e talvolta una sensazione di vuoto, come se la vita fosse stata salvata, ma non completamente restituita. Come si dovrebbero comportare gli operatori sanitari in questi casi? Da parte degli operatori sanitari dovrebbero giungere informazioni chiare, spiegazioni sui possibili effetti dell’intervento e uno spazio di dialogo aperto: questo può aiutare gli uomini ad affrontare con maggiore consapevolezza ciò che li aspetta. Anche il coinvolgimento del partner e il sostegno psicologico prima e dopo l’intervento possono ridurre l’isolamento e la vergogna che molti provano. In cosa consiste la preparazione pre-operatoria? Negli ultimi anni si parla sempre più anche di preparazione preoperatoria. Esercizi per il pavimento pelvico, attività fisica e supporto psicologico prima dell’intervento possono migliorare il recupero. Dopo la chirurgia possono essere utili programmi di riabilitazione urinaria e sessuale, oltre a interventi psicoterapeutici che aiutino la persona a rielaborare il cambiamento del proprio corpo e della propria identità. Dr. Walter la Gatta Immagine Foto di Anna Tarazevich Fonte principale Peloso-Carvalho BM, Lima RS, Silva JVD, Dázio EMR, Nascimento MCD, Fava SMCL. Social representations of radical prostatectomy from the perspective of men undergoing surgery. Rev Esc Enferm USP. 2025 Nov 17;59:e20250127. English, Portuguese, Spanish. doi: 10.1590/1980-220X-REEUSP-2025-0127en. PMID: 41248302. [...] Read more...
Marzo 7, 2026L’Imperatore Eliogabalo e le trasgressioni degli antichi romani Eliogabalo fu imperatore romano per soli quattro anni, dal 218 al 222 d.C., e rimane una delle figure più discusse dell’antichità. La sua adolescenza, intrecciata al potere, fu teatro di comportamenti che i cronisti contemporanei giudicarono scandalosi, segnando la sua memoria storica con l’aura dell’eccesso e della trasgressione. Dietro le accuse di stranezza e immoralità, però, si intravede un quadro complesso di identità, potere e norme sociali nel mondo romano, che va oltre la semplice morale del tempo. Cerchiamo di saperne di più. Quali comportamenti di Eliogabalo furono considerati trasgressivi? Secondo le fonti antiche, sposò per due volte una vergine vestale, si travestiva e vendeva il proprio corpo, dichiarava una preferenza per essere penetrato e sposò un uomo, l’auriga Ierocle. Arrivò persino a dire: “Non chiamatemi Signore, perché sono una Signora”. Alcuni interpretano queste azioni come una sfida radicale ai ruoli di genere del tempo, mentre altre letture suggeriscono che fossero strumenti per consolidare il potere o per esibire ricchezza e libertà. Come interpreta questa affermazione il North Hertfordshire Museum? Il museo la considera un’indicazione di identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita, inserendo Eliogabalo nella propria collezione LGBTQ+ e usando pronomi femminili, riflettendo un approccio contemporaneo alla storia delle identità sessuali. Quanto sono affidabili le fonti antiche sulla sua vita? Le cronache di Cassio Dione e altri autori sono frammentarie e spesso influenzate dai pregiudizi politici. Molti dettagli scandalosi potrebbero essere esagerazioni o propaganda volta a screditare l’imperatore agli occhi dei suoi contemporanei. Gli insulti sessuali erano strumenti politici comuni? Sì, l’uso di accuse sessuali per delegittimare avversari era diffuso. Persino Giulio Cesare, Marco Antonio e Nerone furono oggetto di tali attacchi, a dimostrazione che la moralità sessuale poteva diventare un’arma di potere. Come concepivano la sessualità gli antichi Romani? La sessualità era strettamente legata a ruoli sociali e potere. Essere attivo in un rapporto garantiva status e virilità, mentre assumere un ruolo passivo era considerato degradante per un uomo libero. Concetti di identità di genere come li intendiamo oggi non esistevano, e le trasgressioni erano giudicate più sul piano della decadenza morale e politica che su quello personale. Chi erano i “cinaedi” e quale ruolo sociale avevano? I cinaedi erano uomini effeminati e passivi nei rapporti sessuali, spesso ridicolizzati in letteratura come figure sovversive rispetto ai valori romani tradizionali. Queste norme, però, non si applicavano universalmente: donne, schiavi, stranieri e ragazzi erano esclusi dai codici di virilità riservati ai cittadini maschi liberi. Si può considerare Eliogabalo un transgender? È una lettura moderna e potenzialmente anacronistica. Sebbene il comportamento di Eliogabalo andasse contro le norme di genere, gli antichi non possedevano categorie identitarie come quelle contemporanee. La sua vita ci invita a riflettere su come la società definisca la sessualità e il genere, mostrando che le identità e i comportamenti sessuali nell’antichità erano molto più sfumati e complessi di quanto le cronache moralistiche lascino intendere. Cosa si rischia cercando di “verificare i fatti” nelle biografie antiche? Si rischia di ridurre la ricchezza della storia a schemi moderni, perdendo di vista la varietà delle pratiche, delle relazioni e delle identità presenti nella Roma antica. Eliogabalo, ad esempio, non è solo un simbolo di eccesso: è un punto di osservazione su come il potere, il genere e la sessualità possano intrecciarsi in modi che sfidano la nostra comprensione contemporanea. ta la complessità del mondo antico e la varietà delle identità che vi erano presenti. La storia romana mostra una vasta gamma di comportamenti e identità che non si lasciano facilmente ricondurre ai nostri schemi contemporanei. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Museum classifies Roman emperor as trans – but modern labels oversimplify ancient gender identities Immagine Le rose di Eliogabalo di Alma-Tadema (1888) raffigura una festa organizzata da Eliogabalo. Museo Jacquemart-André [...] Read more...
Marzo 7, 2026Quante ne sai su Jung? Test Questo test esplora le tue conoscenze su Carl Gustav Jung, una figura chiave nella storia della psicologia. Spunta le affermazioni che ritieni vere e scopri quanto ne sai davvero! Dopo il test, qualche nota biografica su Carl Gustav Jung. Test Spunta le affermazioni su Jung che ritieni vere. 1 E’ stato allievo di Freud. 2 Ha fondato la psicologia comportamentale. 3 Ha teorizzato l’inconscio collettivo. 4 Ha scritto “Il disagio della civiltà”. 5 Il concetto di archetipo è centrale nel pensiero di Jung. 6 E’ nato in Svizzera. 7 Ha collaborato con Freud per circa 20 anni. 8 Ha usato il termine “introverso” e “estroverso”. 9 E’ noto per i suoi studi sull’ipnosi regressiva. 10 Il “Sé” in Jung rappresenta la totalità della psiche. 11 Ha sempre respinto l’astrologia come superstizione. 12 Ha introdotto il concetto di “sincronicità”. 13 Ha avuto esperienze visionarie documentate. 14 Ha sviluppato test di personalità con la MBTI. 15 Nella sua teoria, distingue tra inconscio personale e collettivo. 16 E’ noto per il metodo dell’associazione di parole. 17  Ha scritto “Tipi psicologici”. 18 Era convinto che la religione fosse solo un’illusione. 19 Fu anche medico psichiatra. 20 Ha contribuito alla nascita dell’enneagramma. 21 Considerava i sogni come via di accesso all’inconscio. 22 Ha fondato la logoterapia. 23 Ha influenzato anche l’arte e la letteratura. 24 Il Libro Rosso è un’opera di Jung pubblicata postuma. 25 Ha contribuito al test MBTI con la sua teoria. 26 Ha lavorato con pazienti schizofrenici. 27 Ha scritto la Bibbia Gnostica. 28 La funzione trascendente è una nozione di Jung. 29 Ha esplorato simboli e miti di molte culture. 30 E’ morto nel 1961. Tabella delle affermazioni con spiegazioni Riporta le tue risposte in questa tabella e clicca sul quadratino se la risposta che hai dato è corretta Suggerimento. Se non visualizzi bene la tabella sul cellulare, guardala in orizzontale! # Affermazioni su Jung Risposta corretta? Spiegazione 1 E’ stato allievo di Freud. Vero. Collaborarono fino alla rottura nel 1913. 2 Ha fondato la psicologia comportamentale. Falso. Questa è attribuita a Watson e Skinner. 3 Ha teorizzato l’inconscio collettivo. Vero. È una delle sue teorie più note. 4 Ha scritto “Il disagio della civiltà”. Falso. È un’opera di Freud. 5 Il concetto di archetipo è centrale nel pensiero di Jung. Vero. Gli archetipi sono forme universali dell’inconscio collettivo. 6 E’ nato in Svizzera. Vero. Nato a Kesswil nel 1875. 7 Ha collaborato con Freud per circa 20 anni. Falso. La collaborazione durò meno di 10 anni. 8 Per primo ha usato il termine “introverso” e “estroverso”. Vero. È parte della sua tipologia psicologica. 9 E’ noto per i suoi studi sull’ipnosi regressiva. Falso. Questa tecnica non fu centrale nei suoi studi. 10 Il “Sé” in Jung rappresenta la totalità della psiche. Vero. È il centro simbolico dell’individuazione. 11 Ha sempre respinto l’astrologia come superstizione. Falso. Era interessato all’astrologia e al simbolismo. 12 Ha introdotto il concetto di “sincronicità”. Vero. Sono gli eventi significativi senza nesso causale. 13 Ha avuto esperienze visionarie documentate. Vero. Sono descritte nel “Libro Rosso”. 14 Ha sviluppato test di personalità con l’indicatore MBTI. Falso. Il MBTI è ispirato a Jung, ma sviluppato da Myers e Briggs. 15 Nella sua teoria distingue tra inconscio personale e collettivo. Vero. Distinzione fondamentale nella sua teoria. 16 E’ noto per il metodo dell’associazione di parole. Vero. Lo usò per indagare i complessi inconsci. 17 Ha scritto “Tipi psicologici”. Vero. È una delle sue opere più note. 18 Era convinto che la religione fosse solo un’illusione. Falso. Attribuiva un valore psicologico alla religione. 19 Fu anche medico psichiatra. Vero. Lavorò a lungo a Burghölzli. 20 Ha contribuito alla nascita dell’enneagramma. Falso. Non è collegato direttamente. 21 Considerava i sogni come via di accesso all’inconscio. Vero. Li considerava rivelatori. 22 Ha fondato la logoterapia. Falso. Fu Viktor Frankl. 23 Ha influenzato anche l’arte e la letteratura. Vero. La sua teoria è molto citata in campo artistico. 24 Il Libro Rosso è un’opera di Jung pubblicata postuma. Vero. Pubblicato nel 2009. 25 Ha contribuito al test MBTI con la sua teoria. Vero. Il test si basa sui suoi “tipi psicologici”. 26 Ha lavorato con pazienti schizofrenici. Vero. Durante la sua attività clinica a Burghölzli. 27 Ha scritto la Bibbia Gnostica. Falso. Non esiste un’opera con questo nome a sua firma. 28 La funzione trascendente è una nozione di Jung. Vero. Integra conscio e inconscio. 29 Ha esplorato simboli e miti di molte culture. Vero. È centrale nella sua psicologia analitica. 30 E’ morto nel 1961. Vero. Morì a Küsnacht nel 1961. Soluzione del Test Conta quante risposte corrette hai dato e poi scopri quante ne sai su Jung. Profili Da 0 a 10 risposte corrette: Studioso/a di Wikipedia Hai sicuramente sentito parlare di Jung, ma avresti bisogno di una più accurata lettura introduttiva. Da 11 a 20 risposte corrette: Psicoanalista della domenica  Te la cavi, conosci i concetti principali, ma c’è ancora del lavoro da fare. Da 21 a 30 risposte corrette: Illuminato/a Potresti condurre un seminario su Jung (o forse lo fai già…) PER CONCLUDERE Qualche notizia biografica su Jung Jung ebbe certamente una bella vita: si sposò con una delle donne più ricche della Svizzera, visse fino a 85 anni, creò una sua scuola di pensiero ed ebbe allievi e riconoscimenti sin dagli inizi della sua carriera. Poi morì, e il suo personaggio fu immediatamente attaccato dai biografi. L’accusa più infamante fu che Jung era stato un collaboratore dei nazisti, un antisemita e, subito dopo, un donnaiolo immorale, un ciarlatano, un impostore che aveva rubato le sue idee principali agli altri. In realtà si è scoperto che Jung non fu un collaboratore dei nazisti e che anzi, segretamente, lavorava per gli alleati, durante la seconda guerra mondiale, proteggendo i suoi colleghi ebrei. Carl Gustav era il figlio di un pastore povero e amareggiato e di una madre che “sembrava davvero felice solo quando raccontava ad alcune donne della parrocchia dei fantasmi e degli spiriti che vagavano nella casa parrocchiale, di notte”. Da un’educazione così macabra, le origini delle ossessioni di Jung per il misticismo possono essere facilmente comprese. Studiò medicina all’Università di Basilea e nel 1903 sposò Emma Rauschenbach, figlia di uno dei più ricchi uomini d’affari della Svizzera. Affascinato dalla psichiatria, Jung si convertì alla causa della psicoanalisi nel 1905. Dopo un periodo di corrispondenza, i due si incontrarono e Freud vide nel giovane medico svizzero l’erede intellettuale che stava cercando, anche se l’inclinazione di Jung a portarsi a letto pazienti e allieve non era gradita allo psicologo di Vienna. Jung era di bell’aspetto, elegante, sicuro di sé e empatico: praticamente una calamita per il gentil sesso. Gruppi di donne formavano una falange attorno a lui, prima e dopo ciascuna delle sue lezioni, molte gareggiavano fra loro per vedere chi riusciva ad attirarlo a casa propria per una consultazione privata. Jung ne parlava come delle sue “undicimila vergini”, anche se aveva relazioni con loro.  Toni Wolff era arrivata da lui in una condizione gravemente disturbata, clinicamente depressa in seguito alla morte del padre. Il rapporto fra i due superò di gran lunga il rapporto terapeutico. Con questa donna Jung iniziò una relazione che sarebbe durata fino alla morte di lei. Alla moglie Emma venne semplicemente comunicato che ora la Wolff era “l’altra moglie”. Nel 1910, Jung fu eletto primo presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale. Tutto stava andando a gonfie vele. Poi, nel 1914, arrivò la sua frattura con Freud. Jung semplicemente non poteva sopportare la convinzione di Freud che le esperienze sessuali infantili fossero cruciali per lo sviluppo della personalità. Egli poneva una maggiore enfasi sull’inconscio collettivo, che definiva come il bacino delle “componenti psichiche arcaiche” dell’umanità, che riguardava i miti e le storie condivise nella maggior parte delle culture. Così, per Freud, i sogni erano l’espressione di desideri inconsci, di solito sessuali, rimossi, mentre per Jung erano dei messaggi provenienti dal passato ancestrale. Il fatto che Jung avesse sviluppato la sua teoria in parte attraverso i suoi studi sul comportamento degli alchimisti, che credeva stessero davvero subendo una trasformazione spirituale mentre cercavano di trasformare il piombo in oro, sosteneva solo il crescente sospetto, nei circoli medici, che Jung non fosse altro che un ciarlatano. Poi arrivò la guerra. Nel 1942, Jung fu contattato dalle autorità tedesche e gli fu chiesto di trattare Hitler, i cui problemi mentali stavano ormai causando allarme fra i nazisti. Jung rifiutò e in seguito informò segretamente il governo degli Stati Uniti delle trattative con l’alto comando tedesco. Tuttavia, fu accusato dopo la guerra di essere un simpatizzante nazista. L’accusa era infondata. Jung morì pacificamente nel 1961, sopravvivendo sia a Toni, sia a Emma. Anche le sue idee sono sopravvissute bene, probabilmente meglio di quanto meritassero. Oltre alla sua nozione, alimentata dallo studio dell’alchimia, dell’inconscio collettivo, dobbiamo ringraziare Jung per termini e idee come New Age, Età dell’Acquario e Sincronicità, lo studio “scientifico” delle coincidenze. Fonte biografica: Deirdre Bair Dr. Walter La Gatta Immagine: Wikipedia [...] Read more...
Marzo 6, 2026Le esperienze fra la vita e la morte: una prospettiva psicologica Le esperienze di premorte, spesso indicate con l’espressione inglese near-death experiences (NDE), rappresentano uno dei fenomeni più affascinanti e controversi studiati dalla psicologia, dalla medicina e dalle neuroscienze. Si tratta di racconti di persone che hanno vissuto condizioni di morte apparente o di pericolo estremo, come arresti cardiaci, gravi traumi o stati di coma, e che successivamente riferiscono percezioni particolari, intense e spesso trasformative. Negli ultimi decenni queste esperienze sono diventate oggetto di crescente attenzione scientifica perché toccano questioni fondamentali: la natura della coscienza, il funzionamento del cervello in condizioni estreme e il modo in cui gli esseri umani attribuiscono significato al confine tra la vita e la morte. Cerchiamo di saperne di più. Da quanti anni si studiano le sensazioni di pre-morte? L’interesse scientifico sistematico per le esperienze di premorte nasce negli anni settanta. Un punto di svolta fu la pubblicazione, nel 1975, del libro La vita oltre la vita dello psichiatra statunitense Raymond Moody, che raccolse numerose testimonianze di persone sopravvissute a condizioni cliniche critiche. Moody osservò che molti racconti presentavano elementi sorprendentemente simili, indipendentemente dall’età, dalla cultura o dalla religione dei soggetti. Il suo lavoro diede impulso a un nuovo ambito di ricerca interdisciplinare che coinvolge psicologi, medici, filosofi e neuroscienziati. Negli anni successivi furono sviluppati strumenti di valutazione più rigorosi, come la Near-Death Experience Scale elaborata dallo psichiatra Bruce Greyson negli anni ottanta, che permette di valutare in modo sistematico l’intensità e le caratteristiche delle esperienze riportate. Cosa sono le esperienze di pre-morte, o NDE? Le NDE sono esperienze soggettive riferite da persone che si sono trovate molto vicine alla morte dal punto di vista fisiologico oppure che hanno percepito la morte come imminente. Possono verificarsi durante arresti cardiaci, traumi gravi, emorragie, anestesia profonda o altre condizioni mediche critiche. Talvolta vengono riportate anche in situazioni non strettamente letali, ma caratterizzate da intensa paura di morire, come incidenti o situazioni di pericolo estremo. Dal punto di vista psicologico, le NDE sono considerate stati di coscienza alterata caratterizzati da percezioni vivide, forte coinvolgimento emotivo e senso di realtà molto intenso. Le persone che le vivono spesso affermano che l’esperienza appare più reale della vita ordinaria. Ci sono caratteristiche comuni nelle esperienze di pre-morte? Molte ricerche hanno evidenziato una serie di elementi ricorrenti nelle testimonianze. Tra i più frequentemente descritti vi sono la sensazione di uscire dal proprio corpo e osservare la scena dall’esterno, la percezione di attraversare uno spazio oscuro o un tunnel verso una luce intensa, un sentimento di pace profonda e di assenza di dolore, l’incontro con persone decedute o figure percepite come spirituali e la visione panoramica della propria vita, spesso descritta come una sorta di revisione esistenziale. Alcuni individui raccontano anche un senso di unità con l’universo o con una realtà trascendente, accompagnato dalla percezione che il tempo non scorra nel modo abituale. Molti riferiscono infine l’idea di trovarsi a un confine oltre il quale non è possibile proseguire, e di essere stati in qualche modo “rimandati indietro” nel proprio corpo. Uno studio condotto dal neurologo Kevin Nelson e pubblicato nel 2006 ha rilevato alcune frequenze indicative di questi elementi nelle testimonianze raccolte: la sensazione di pace è stata riportata da circa l’87 per cento dei partecipanti, la percezione di una luce intensa dal 78 per cento, la sensazione di trovarsi in un ambiente non ordinario dal 75 per cento e l’esperienza di uscita dal corpo dall’80 per cento. In oltre il 60 per cento dei casi è stata descritta un’alterazione della percezione del tempo. Queste esperienze in che modo cambiano la persona? Molte persone che hanno vissuto una NDE riferiscono cambiamenti psicologici profondi e duraturi. Uno dei più frequenti è la diminuzione della paura della morte. Dopo l’esperienza, alcuni individui descrivono un rapporto più sereno con l’idea della fine della vita. Altri cambiamenti riguardano l’aumento della spiritualità, anche indipendentemente da specifiche credenze religiose, e una maggiore attenzione alle relazioni umane e ai valori esistenziali. Alcuni riferiscono un aumento dell’empatia, del desiderio di aiutare gli altri e della ricerca di un significato più profondo nella propria vita. Non tutte le conseguenze sono necessariamente positive. Alcuni individui sperimentano difficoltà di adattamento dopo il ritorno alla vita quotidiana. Possono sentirsi isolati, incompresi o incapaci di comunicare l’esperienza vissuta. In alcuni casi emerge un conflitto identitario, dovuto al contrasto tra la profondità dell’esperienza e la normalità della vita quotidiana. Il supporto psicologico o la partecipazione a gruppi di confronto può aiutare a integrare l’esperienza nella propria storia personale. È possibile studiare scientificamente queste esperienze? Le NDE rappresentano una sfida per il metodo scientifico perché sono esperienze profondamente soggettive, difficili da osservare direttamente e spesso ricostruite attraverso il racconto retrospettivo dei soggetti. Nonostante queste difficoltà, negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi studi clinici, psicologici e neuroscientifici. La ricerca si concentra su diversi aspetti: la frequenza delle esperienze, le condizioni mediche in cui si verificano, i correlati neurobiologici e gli effetti psicologici a lungo termine. Tuttavia, lo statuto epistemologico delle NDE rimane oggetto di dibattito. Alcuni studiosi sottolineano che non esistono prove empiriche che dimostrino la sopravvivenza della coscienza al di fuori del cervello, mentre altri ritengono che alcune osservazioni cliniche pongano interrogativi ancora aperti sul rapporto tra attività cerebrale e coscienza. Quali sono le principali spiegazioni scientifiche proposte? Le spiegazioni avanzate per interpretare le NDE sono numerose e appartengono a diversi ambiti disciplinari. Le ipotesi neurofisiologiche attribuiscono queste esperienze a specifici processi cerebrali che si verificano in condizioni estreme, come la riduzione dell’ossigeno al cervello, l’accumulo di anidride carbonica, il rilascio massiccio di neurotrasmettitori o l’iperattivazione di alcune aree cerebrali coinvolte nella percezione del corpo e dello spazio. Alcuni studi hanno evidenziato, ad esempio, che la stimolazione della giunzione temporo-parietale può produrre sensazioni simili alle esperienze extracorporee. Le ipotesi psicologiche interpretano le NDE come meccanismi difensivi della mente. In situazioni di minaccia estrema, la coscienza potrebbe produrre immagini simboliche o stati dissociativi che permettono di ridurre l’angoscia e di mantenere una forma di continuità dell’esperienza. Un’altra prospettiva sottolinea il ruolo della cultura e delle credenze personali. Le descrizioni delle NDE presentano elementi comuni, ma anche differenze significative tra le diverse tradizioni culturali. Le figure incontrate e le interpretazioni dell’esperienza spesso riflettono il contesto religioso o simbolico dell’individuo. Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno anche proposto modelli integrati che combinano fattori neurobiologici, psicologici e culturali, suggerendo che le NDE siano il risultato di processi complessi che coinvolgono simultaneamente il cervello, la mente e l’interpretazione simbolica dell’esperienza. Negli ultimi decenni il concetto di morte è cambiato? Il concetto di morte ha subito una trasformazione significativa nel corso del XX e XXI secolo. In passato la morte era definita principalmente come l’arresto del cuore e della respirazione. Con lo sviluppo della medicina moderna e delle tecniche di rianimazione, questa definizione si è rivelata insufficiente. A partire dagli anni sessanta è stato introdotto il concetto di morte cerebrale, definita come la cessazione completa e irreversibile di tutte le funzioni del cervello. Questo criterio è oggi utilizzato in molti paesi per stabilire legalmente il momento della morte. Le tecnologie di monitoraggio cerebrale, come gli elettroencefalogrammi ad alta risoluzione e le tecniche di neuroimaging, hanno reso possibile osservare con maggiore precisione l’attività cerebrale anche in condizioni critiche. Ciò ha contribuito a una visione della morte non più come un istante preciso, ma come un processo graduale che coinvolge diversi sistemi dell’organismo. È possibile oggi sospendere il processo di morte? Le moderne tecniche di rianimazione hanno effettivamente ampliato i limiti di ciò che in passato veniva considerato irreversibile. Procedure come l’ossigenazione extracorporea, l’ipotermia terapeutica e l’uso di farmaci neuroprotettivi consentono in alcuni casi di ripristinare la circolazione e salvare pazienti anche dopo periodi prolungati di arresto cardiaco. Questi progressi hanno spostato la soglia della reversibilità della morte e hanno sollevato nuove domande etiche e scientifiche. Studi clinici, come il progetto AWARE guidato dal medico Sam Parnia, hanno cercato di indagare cosa accade alla coscienza durante l’arresto cardiaco. Alcuni pazienti hanno riportato ricordi o percezioni riferite a momenti in cui l’attività cerebrale avrebbe dovuto essere gravemente compromessa. Parallelamente, lo sviluppo delle tecnologie digitali ha introdotto nuove forme di continuità simbolica dell’identità dopo la morte. Sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono ricreare modelli di linguaggio o avatar digitali a partire dai dati lasciati dalle persone, aprendo interrogativi sul rapporto tra memoria, identità e lutto. Queste innovazioni rendono il confine tra vita e morte sempre più complesso da definire. La possibilità di prolungare o ripristinare alcune funzioni vitali pone domande cruciali: quando è opportuno interrompere i tentativi di rianimazione? Qual è il ruolo della qualità della vita nelle decisioni mediche? Come gestire le situazioni in cui il cervello mostra segni di attività residua ma la coscienza non è recuperabile? Le esperienze di premorte, al di là delle interpretazioni che se ne possono dare, continuano dunque a rappresentare una finestra privilegiata per esplorare uno dei grandi misteri della condizione umana: il rapporto tra la mente, il cervello e il limite ultimo dell’esistenza. Dr. Walter La Gatta Principali Studi consultati Greyson, B. (2010), Parnia, S. et al. (2014) Thonnard, M. et al. (2013) Immagine Foto di Magda Ehlers [...] Read more...
Marzo 6, 2026L’igiene del pene L’igiene dell’area genitale maschile è spesso considerata un argomento imbarazzante o tabù, eppure si tratta di una parte del corpo che merita la stessa attenzione riservata ad altre zone. Molti sanno più sulla cura dei capelli o della pelle del viso che sulla pulizia del pene, ma conoscere le pratiche corrette è fondamentale per prevenire irritazioni, infezioni e disturbi cutanei. Cerchiamo di saperne di più. La pulizia del pene è diversa a seconda che si sia circoncisi o meno? Sì, ci sono differenze importanti. Negli uomini circoncisi, il prepuzio è stato rimosso e il glande resta sempre esposto, il che rende la pulizia più semplice e veloce. Per chi ha il prepuzio, è invece necessario conoscere le tecniche corrette per lavarlo, evitando di creare irritazioni o favorire infezioni. Cos’è il prepuzio e quando si separa dal glande? Il prepuzio è la piega di pelle che copre il glande. Nei bambini, spesso il prepuzio è aderente al glande e non deve essere forzato. La separazione naturale avviene generalmente tra i cinque anni e la pubertà, permettendo di retrarre il prepuzio senza dolore. Forzarlo prima del tempo può causare sanguinamento, dolore o complicazioni. Come si lava correttamente il pene con il prepuzio? Una volta che il prepuzio si muove facilmente, durante la doccia o il bagno bisogna retrarlo delicatamente e pulire la zona sottostante con acqua. È possibile usare un po’ di sapone delicato, evitando prodotti troppo aggressivi. Dopo il lavaggio, il glande deve essere asciugato accuratamente prima di riportare il prepuzio nella posizione normale. Lavaggi regolari riducono il rischio di accumulo di secrezioni e irritazioni. Si può usare il sapone per lavare il pene? Sì, ma è importante non esagerare. Troppo sapone può seccare e irritare la pelle, soprattutto se sensibile. In alternativa, si possono usare detergenti senza sapone, reperibili in farmacia, che rispettano il pH naturale e proteggono la mucosa. Che cos’è lo smegma e va rimosso? Lo smegma è una sostanza biancastra composta da cellule morte, sebo e fluidi naturali. Ha una funzione lubrificante e protettiva, ma un accumulo eccessivo o un cattivo odore sono segnali che è necessario lavare più attentamente il prepuzio e il glande. Una pulizia quotidiana mantiene lo smegma sotto controllo senza eliminare completamente la protezione naturale. Quali sono i segnali di un possibile problema come la balanite? La balanite è un’infiammazione del glande che può manifestarsi con arrossamento, prurito, dolore o secrezioni anomale. È più comune negli uomini con prepuzio, perché i batteri e i funghi trovano più facilmente un ambiente caldo e umido dove proliferare. Altri segnali possono essere dolore durante la minzione o fastidio durante i rapporti sessuali. Cosa può causare la balanite? Le cause più frequenti includono infezioni batteriche o fungine, igiene insufficiente, uso eccessivo di sapone, sfregamento durante l’attività sessuale o disturbi cutanei come la psoriasi. Alcuni fattori di rischio sono il diabete o l’uso di detergenti aggressivi che alterano l’equilibrio della pelle. Come si cura la balanite? Nei casi lievi, migliorare l’igiene quotidiana e applicare una crema antisettica o antimicotica disponibile in farmacia può risolvere il problema. Le creme idratanti aiutano a ridurre l’irritazione e il prurito, ripristinando il comfort della pelle. Quando è il caso di consultare un medico? Se dopo circa una settimana di igiene corretta e trattamento la situazione non migliora, è importante rivolgersi al medico. Potrebbero esserci altre cause come allergie, disturbi dermatologici o infezioni più complesse che richiedono un trattamento specifico. Quali sono le migliori pratiche di igiene maschile moderne ? La cura dell’area genitale maschile dovrebbe seguire alcuni principi chiave. La pulizia deve essere quotidiana ma delicata, usando acqua tiepida e saponi neutri o detergenti senza sapone per rispettare il pH naturale della pelle. È importante asciugare bene il glande e il prepuzio per prevenire umidità e proliferazione batterica. Durante l’attività sessuale è consigliabile lavare la zona prima e dopo i rapporti per ridurre il rischio di irritazioni o infezioni. Evitare l’uso di prodotti profumati o aggressivi previene secchezza e allergie. Infine, osservare regolarmente la pelle permette di individuare rapidamente eventuali arrossamenti, irritazioni o secrezioni anomale, intervenendo prima che diventino problemi più seri. Seguire queste pratiche quotidiane rende l’igiene genitale più semplice e sicura, contribuendo a una migliore salute sessuale e al benessere generale. Dr. Walter La Gatta [...] Read more...
Marzo 5, 2026Tatuaggi: perché piacciono? In un’epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi, identità fluide e mode che passano velocemente, il tatuaggio rappresenta qualcosa di apparentemente paradossale: una scelta permanente su un corpo che vive in un mondo sempre più provvisorio. Non si tratta solo di estetica. Dietro l’inchiostro sulla pelle spesso si nascondono significati psicologici, sociali ed emotivi. Per comprendere davvero il fenomeno dei tatuaggi contemporanei è utile porsi alcune domande. I tatuaggi sono sempre stati accettati socialmente? No. In molte società occidentali, per gran parte del Novecento i tatuaggi sono stati associati a gruppi marginali come marinai, detenuti o persone considerate ribelli rispetto alle norme sociali. In altre culture, invece, il tatuaggio è stato storicamente parte della vita comunitaria e ha avuto funzioni precise: indicare appartenenza, segnare il passaggio all’età adulta o rappresentare lo status sociale. Negli ultimi decenni la percezione è cambiata radicalmente. A partire dagli anni Ottanta e soprattutto nei primi anni Duemila, la diffusione tra personaggi pubblici, atleti e artisti ha contribuito a normalizzare i tatuaggi, rendendoli comuni tra persone di ogni professione e ceto sociale. Perché i tatuaggi sono diventati così diffusi oggi? Molti sociologi descrivono la società contemporanea come “liquida”, cioè caratterizzata da relazioni meno stabili, percorsi di vita meno prevedibili e riferimenti culturali meno solidi rispetto al passato. In questo contesto il tatuaggio può assumere il significato di qualcosa che resta, un segno visibile che aiuta a fissare un ricordo, un valore o un momento importante. Il corpo diventa così una sorta di mappa personale, sulla quale vengono segnate esperienze, relazioni e passaggi significativi della propria storia. Il tatuaggio può essere un modo per costruire l’identità? Sì, spesso i tatuaggi sono legati al bisogno di definire e comunicare chi siamo. Per alcune persone rappresentano l’appartenenza a un gruppo o a una comunità. In altri casi sono una dichiarazione personale: un simbolo che esprime convinzioni, scelte di vita o valori. Con il passare degli anni, molte persone aggiungono nuovi tatuaggi che segnano momenti importanti della propria biografia, come la nascita di un figlio, un cambiamento di vita o una relazione significativa. In questi casi la pelle diventa una sorta di archivio simbolico della propria storia. I tatuaggi servono anche a rafforzare i legami con gli altri? Molte persone scelgono di tatuarsi insieme ad amici o partner come segno di un legame speciale. Può trattarsi dello stesso simbolo condiviso oppure di immagini simili che rappresentano un’esperienza vissuta insieme, come un viaggio o un momento importante. In questo modo il tatuaggio diventa una specie di promessa visibile, un ricordo permanente di un legame che si vuole mantenere nel tempo. Il tatuaggio può rappresentare un rito di passaggio? In molte culture tradizionali esistevano rituali chiari che segnavano il passaggio da una fase della vita all’altra. Nelle società contemporanee questi riti sono spesso meno definiti. Per alcuni giovani il primo tatuaggio può diventare una forma di autoaffermazione simbolica, un modo per segnare il passaggio all’età adulta o per dichiarare la propria autonomia. In altri casi il tatuaggio segna un cambiamento importante, come una separazione, una guarigione o una nuova fase della vita. Perché alcune persone descrivono il tatuaggio come un’esperienza emozionante? Molti raccontano una sensazione di forte coinvolgimento emotivo legata al processo stesso del tatuarsi. L’attesa, la preparazione e la seduta possono generare eccitazione e adrenalina. Dopo il tatuaggio alcune persone riferiscono una sensazione di energia o di soddisfazione, come se avessero compiuto un gesto significativo per se stesse. Non si tratta solo di un cambiamento estetico, ma anche di un’esperienza personale intensa. Il tatuaggio può essere  solo una questione estetica? Per alcuni sì. Molte persone scelgono i tatuaggi semplicemente perché li trovano belli o perché desiderano decorare il proprio corpo. Tuttavia anche l’estetica può avere significati più profondi. Alcuni considerano il proprio corpo come un progetto artistico nel tempo, in cui i vari tatuaggi si collegano tra loro. Altri raccontano di sentirsi più sicuri o più protetti con i tatuaggi, quasi come se rappresentassero una sorta di armatura simbolica. Che ruolo ha il dolore nel tatuaggio? Il dolore è spesso parte dell’esperienza e molte persone gli attribuiscono un valore simbolico. Il fatto che il tatuaggio richieda una certa sopportazione fisica può rendere l’esperienza più significativa. Alcuni raccontano che proprio il dolore rende il gesto più autentico, trasformando il tatuaggio in qualcosa che non è solo un disegno sulla pelle, ma anche un’esperienza vissuta. Si può concludere che il tatuaggio non sia più solo una moda? Si. Non è semplicemente una moda, ma spesso un tentativo di affermare che qualcosa ha valore e merita di essere ricordato nel tempo. Dr. Walter La Gatta Immagine Image by Jasmin Chew from Pixabay Fonte principale ¿Por qué nos tatuamos? [...] Read more...
Febbraio 9, 2026Attrazione sessuale verso i minori senza passare all’atto Nella ricerca scientifica, l’attrazione sessuale verso i minori riguarda persone che provano attrazioni sessuali e/o affettive verso bambini o adolescenti che non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Negli ultimi anni, gli studiosi hanno iniziato a concentrarsi soprattutto su persone che non sono detenute e che non hanno avuto contatti con la giustizia. Questo perché oggi è più chiaro che provare un’attrazione non significa automaticamente mettere in atto comportamenti dannosi. Questo cambio di prospettiva ha permesso di studiare meglio come queste persone vivono la propria condizione, come stanno dal punto di vista psicologico e di che tipo di aiuto possono avere bisogno. Cerchiamo di saperne di più. Su cosa si è concentrata la ricerca più recente? Gli studi si sono focalizzati soprattutto su tre aspetti: l’impatto psicologico e sociale dell’attrazione verso i minori, le difficoltà nel chiedere e ottenere aiuto, e le priorità nei percorsi di prevenzione. Un punto comune a molte ricerche è che molti pedofili non cercano supporto per “cambiare” la propria attrazione verso i minori, ma per affrontare il disagio emotivo, la solitudine e il peso dello stigma che spesso accompagna questa esperienza. In che modo lo stigma influisce sulla salute mentale? Lo stigma, sia quello che viene dagli altri sia quello interiorizzato, ha un impatto molto forte. Le ricerche mostrano che chi prova attrazioni verso i minori riporta più spesso ansia, depressione, isolamento sociale e pensieri suicidari. In alcuni studi, una parte significativa dei partecipanti ha dichiarato di aver pensato al suicidio. Questo aiuta a capire perché la richiesta di aiuto sia spesso legata al bisogno di stare meglio psicologicamente, più che al desiderio di modificare l’attrazione in sé. Perché è importante studiare ciò che accade fuori dal contesto giudiziario? Per molto tempo la ricerca si è basata soprattutto su persone già condannate per reati sessuali. Questo lascia fuori una parte molto ampia di persone che provano questo tipo di attrazione, ma che non hanno mai commesso reati. In particolare, sono stati poco studiati aspetti come le fantasie sessuali, la masturbazione e l’uso di materiali sessuali fittizi, cioè contenuti immaginari che non coinvolgono bambini reali né abusi reali. Capire queste pratiche è importante per valutare il rischio in modo più realistico e per costruire strategie di prevenzione più efficaci. Che cosa sono i materiali sessuali fittizi (FSM)? I materiali sessuali fittizi riguardano racconti, disegni, fumetti, cartoni animati e altri contenuti basati su situazioni immaginarie che riguardano i bambini. Le ricerche disponibili indicano che molte di queste forme sono usate da una minoranza, con una eccezione importante rappresentata dai cartoni animati sessualizzati, che in alcuni campioni risultano abbastanza diffusi. Altri materiali, come immagini o video creati con l’intelligenza artificiale, sono ancora poco utilizzati, anche se la tecnologia sta avanzando rapidamente. L’uso di questi materiali aumenta il rischio di reati sessuali? Le ricerche più recenti non mostrano un legame diretto e stabile tra l’uso di materiali sessuali fittizi e la disponibilità a commettere reati sessuali contro i minori. In alcuni casi emergono delle associazioni superficiali, ma queste tendono a scomparire quando si considerano altri fattori importanti, come le caratteristiche psicologiche della persona. Questo suggerisce che l’uso di questi materiali, da solo, non è un indicatore affidabile di rischio. Che ruolo hanno la frustrazione e la soddisfazione sessuale? La frustrazione sessuale è un tema centrale in molti modelli teorici. Quando una persona non può vivere la propria sessualità in modo consensuale e legale, può accumulare tensione e disagio emotivo. I dati mostrano che livelli più alti di soddisfazione sessuale sono spesso associati a una minore disponibilità dichiarata a comportamenti dannosi, soprattutto in situazioni percepite come anonime. Questo è coerente con modelli teorici che sottolineano l’importanza di riuscire a soddisfare bisogni fondamentali in modi leciti per ridurre il rischio di comportamenti problematici. Esistono anche ipotesi che vedono i FSM come pericolosi? Sì, alcune teorie suggeriscono che un uso intenso di fantasie e materiali fittizi relativi a minori possano avere effetti negativi, come aumentare il peso mentale degli stimoli sessuali legati ai minori o favorire atteggiamenti più permissivi. Tuttavia, le evidenze indicano che questi effetti emergono soprattutto quando sono presenti altri fattori di rischio, come una forte preoccupazione sessuale, un uso compulsivo della sessualità o credenze che minimizzano il danno. Quali sono i fattori più chiaramente legati al rischio? Il fattore che emerge con maggiore forza è la presenza di idee che giustificano o minimizzano l’abuso sessuale. Queste credenze sono fortemente associate a una maggiore disponibilità a offendere, sia online sia offline. In questo quadro, l’uso di materiali fittizi appare meno centrale rispetto ad aspetti come le convinzioni personali, l’ipersessualità e il modo in cui la persona interpreta il danno verso i minori. Che cosa cambia con l’intelligenza artificiale? Le nuove tecnologie pongono questioni etiche e legali complesse. I deepfake sessuali che usano l’immagine di minori reali sono particolarmente problematici. I contenuti completamente generati dall’IA, invece, non rappresentano persone reali, ma sollevano domande su come vengono creati e su che tipo di messaggi culturali possono trasmettere. Le leggi variano molto da Paese a Paese e, in alcuni casi, esistono zone grigie difficili da interpretare. Quali indicazioni emergono per il lavoro clinico? I risultati suggeriscono che un approccio basato solo sul divieto può non essere sufficiente. Per alcune persone che non hanno mai commesso reati e non mostrano atteggiamenti che giustificano l’abuso, affrontare in modo guidato temi come la frustrazione e la soddisfazione sessuale potrebbe avere una funzione preventiva. Questo richiede valutazioni attente e personalizzate all’interno di contesti clinici controllati. Quali sono i limiti della ricerca attuale? Molti studi si basano su questionari e su dati raccolti in un solo momento, il che rende difficile capire le cause. Inoltre, non esistono stime precise su quante persone provino questo tipo di attrazione ed anche le definizioni legali di minore e consenso variano molto tra i Paesi. Per questo motivo, i risultati vanno interpretati con cautela. Quali sono le prospettive future più importanti? Una direzione fondamentale è quella degli studi nel tempo, che permettano di osservare come cambiano soddisfazione sessuale, credenze e comportamenti. È anche importante ascoltare di più gli psicoterapeuti per capire come affrontano questi temi nella pratica e quali difficoltà incontrano. Solo un approccio basato su dati solidi e non su posizioni ideologiche può aiutare a costruire politiche e interventi efficaci. Qual è il messaggio principale che emerge da queste ricerche? Nel complesso, il rischio non può essere capito guardando a un singolo comportamento isolato. Fantasie e materiali sessuali fittizi, da soli, non mostrano un legame diretto con il rischio di reato. Piuttosto, il rischio sembra concentrarsi nella combinazione tra forte frustrazione sessuale, uso compulsivo della sessualità e idee che giustificano il danno. Per questo è importante promuovere una discussione informata e basata sulle evidenze, capace di distinguere tra attrazione, comportamento e pericolo reale, mantenendo al centro la protezione dei minori e il benessere psicologico delle persone coinvolte. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Lievesley, R., & Harper, C. A. (2026). Understanding the use of child-related sexual fantasy and fictional sexual materials by people who are attracted to children. Psychology & Sexuality, 1–33. https://doi.org/10.1080/19419899.2026.2619511 Immagine Foto di Pavel Danilyuk [...] Read more...
Gennaio 30, 2026L’attaccamento negli adulti La ricerca sull’attaccamento adulto parte dall’idea che lo stesso sistema motivazionale che crea il legame emotivo tra genitori e figli sia responsabile anche dei legami che si sviluppano tra adulti nelle relazioni intime. Comprendere l’attaccamento adulto significa quindi esplorare come le prime esperienze relazionali influenzino il modo in cui amiamo, cerchiamo sicurezza, affrontiamo la distanza e costruiamo intimità nel corso della vita. Cerchiamo di saperne di più. Che cos’è la teoria dell’attaccamento? La teoria dell’attaccamento è stata sviluppata da John Bowlby, psicoanalista britannico, per spiegare il profondo disagio emotivo dei bambini separati dai genitori. Bowlby osservò che i bambini mettono in atto comportamenti intensi come piangere, aggrapparsi o cercare disperatamente il genitore per mantenere o ristabilire la vicinanza. Egli ipotizzò che questi comportamenti non fossero difese immature, ma strategie adattive con una funzione evolutiva. Secondo Bowlby, l’essere umano nasce con un sistema comportamentale dell’attaccamento, selezionato dall’evoluzione per garantire la sopravvivenza. I bambini, incapaci di proteggersi o nutrirsi da soli, dipendono da figure adulte che offrano cura, protezione e disponibilità emotiva. Come funziona il sistema dell’attaccamento? Il sistema dell’attaccamento risponde a una domanda fondamentale: la figura di attaccamento è vicina, accessibile e attenta? Se la risposta percepita è positiva, il bambino si sente sicuro, amato e libero di esplorare l’ambiente. Se la risposta è negativa, emergono ansia e comportamenti di protesta come la ricerca visiva, il pianto o il seguire attivamente il genitore. Se la separazione è prolungata e la vicinanza non viene ristabilita, il bambino può entrare in uno stato di disperazione e depressione. Questo meccanismo collega la teoria evoluzionistica dello sviluppo alle moderne teorie sulla regolazione emotiva e sulla personalità. Esistono differenze individuali nell’attaccamento infantile? Sì. Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, studiò sistematicamente la separazione e il ricongiungimento tra bambini e genitori attraverso la procedura della strange situation. Da queste osservazioni emersero tre principali pattern di attaccamento. Circa il 60% dei bambini mostra un attaccamento sicuro: si agita alla separazione ma si calma facilmente al ritorno del genitore. Circa il 20% manifesta un attaccamento ansioso-resistente: è molto angosciato dalla separazione e fatica a essere consolato, mostrando comportamenti ambivalenti. Un altro 20% circa presenta un attaccamento evitante: sembra poco turbato dalla separazione e evita il contatto al ricongiungimento. Queste differenze sono correlate alla qualità delle cure ricevute nel primo anno di vita, in particolare alla sensibilità e alla responsività dei genitori. In che modo l’attaccamento riguarda le relazioni adulte? Bowlby sosteneva che l’attaccamento accompagna l’essere umano “dalla culla alla tomba”. Negli anni Ottanta, Hazan e Shaver applicarono questa idea alle relazioni romantiche, suggerendo che il legame tra partner adulti si basi sullo stesso sistema motivazionale dell’attaccamento infantile. Le relazioni sentimentali e quelle tra bambino e caregiver condividono caratteristiche fondamentali: il sentirsi al sicuro in presenza dell’altro, il disagio quando l’altro è assente, la ricerca di vicinanza fisica ed emotiva, la condivisione delle esperienze e una forte attenzione reciproca. Quali sono le implicazioni principali della teoria dell’attaccamento adulto? La prima implicazione è che anche negli adulti esistono differenze individuali nell’attaccamento. Alcuni adulti sono sicuri, fiduciosi e a proprio agio con l’intimità. Altri sono ansiosi, temono l’abbandono e cercano costante rassicurazione. Altri ancora sono evitanti e tendono a mantenere distanza emotiva. La seconda implicazione è che le relazioni adulte funzionano in modo simile a quelle infantili. Un partner disponibile e responsivo favorisce l’esplorazione, la crescita personale e il benessere psicologico, proprio come un caregiver sensibile fa con un bambino. La terza implicazione è che lo stile di attaccamento adulto può riflettere, almeno in parte, le esperienze vissute con le figure genitoriali, attraverso modelli operativi interni che guidano aspettative, credenze e comportamenti nelle relazioni. Come si misura l’attaccamento negli adulti? I primi studi di Hazan e Shaver utilizzavano tre descrizioni che gli individui dovevano scegliere per rappresentare il proprio modo di vivere le relazioni intime: sicuro, evitante o ansioso-resistente. La distribuzione risultò simile a quella osservata nei bambini. Ricerche successive hanno mostrato che l’attaccamento adulto è meglio descritto da due dimensioni continue: ansia di attaccamento, che riguarda il timore di non essere amati o sostenuti, ed evitamento dell’attaccamento, che riguarda il disagio verso l’intimità e la dipendenza reciproca. Gli adulti sicuri sono bassi su entrambe le dimensioni. Le relazioni adulte funzionano davvero come quelle bambino-caregiver? Numerosi studi indicano di sì, con alcune differenze. Le coppie adulte mostrano comportamenti di protesta e cura durante le separazioni, e questi comportamenti variano in base allo stile di attaccamento. Gli adulti sicuri tendono a relazioni più soddisfacenti, durature e basate sulla fiducia, e usano il partner come base sicura da cui esplorare il mondo. Gli adulti evitanti, invece, tendono a minimizzare l’espressione emotiva, anche se studi fisiologici mostrano che spesso provano stress interno nonostante l’apparente distacco. L’attaccamento è stabile dalla prima infanzia all’età adulta? La stabilità dell’attaccamento è una questione complessa e dibattuta. Le ricerche mostrano una correlazione solo moderata tra attaccamento infantile e attaccamento nelle relazioni adulte. Le esperienze successive, soprattutto quelle significative, possono modificare i modelli relazionali. Alcuni modelli teorici suggeriscono che i modelli interni vengano continuamente aggiornati e possano essere “sovrascritti”, portando a bassa stabilità nel lungo periodo. Altri ipotizzano che le prime rappresentazioni rimangano attive per tutta la vita, influenzando il comportamento anche in presenza di nuove esperienze. La stabilità dell’attaccamento, quindi, è una questione empirica, non un presupposto fisso della teoria. Quali sono le domande aperte e le direzioni future della ricerca? Resta da chiarire se tutte le relazioni sentimentali siano vere relazioni di attaccamento o se solo alcune svolgano questa funzione. Inoltre, non è ancora chiaro quale sia il valore evolutivo dell’attaccamento in età adulta. Infine, una delle sfide più importanti è comprendere quali fattori favoriscano il cambiamento verso una maggiore sicurezza relazionale, con l’obiettivo di migliorare il benessere psicologico e la qualità delle relazioni. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Ch. Fraley, Adult Attachment Theory and Research Foto di Leigh Patrick [...] Read more...
Gennaio 7, 2026Jelqing: evidenze scientifiche, rischi e implicazioni cliniche Negli ultimi anni il jelqing ha attirato una crescente attenzione come presunta tecnica “naturale” per l’aumento delle dimensioni del pene. La sua diffusione è avvenuta soprattutto attraverso social media, forum online e contenuti divulgativi privi di validazione scientifica. Nonostante la popolarità, il jelqing solleva interrogativi rilevanti in ambito medico e psicologico: funziona davvero? È una pratica sicura? Quali sono le evidenze scientifiche disponibili? Cerchiamo di fare chiarezza. Che cos’è il jelqing? Il jelqing è una tecnica manuale di stretching del pene utilizzata da alcune persone con l’obiettivo di aumentarne le dimensioni. La pratica consiste in movimenti ripetitivi di trazione e compressione lungo l’asta peniena, eseguiti generalmente su un pene parzialmente eretto, con l’intento di spingere il sangue verso il glande e di “allungare” i tessuti. Negli ultimi anni il jelqing ha conosciuto una maggiore diffusione grazie a blog, forum e social media, nonostante la mancanza di evidenze scientifiche solide a sostegno della sua efficacia. Perché alcune persone ricorrono al jelqing? La motivazione principale è l’insoddisfazione per le dimensioni del pene. Studi osservazionali indicano che circa la metà degli uomini riferisce un certo grado di malcontento rispetto alle proprie dimensioni genitali, anche quando queste rientrano pienamente nella norma. Nella letteratura internazionale questo disagio è definito come “small penis anxiety” o “short penis syndrome” e rappresenta una condizione psicologica piuttosto diffusa. Quali sono le normali dimensioni di un pene eretto? La lunghezza media del pene in erezione è di circa 13 cm. La maggior parte degli uomini che percepisce il proprio pene come “piccolo” presenta in realtà dimensioni del tutto normali. La discrepanza tra percezione soggettiva e dato reale è un elemento centrale nella comprensione del fenomeno. Il jelqing ha radici storiche? Sì. Le pratiche di allungamento penieno non sono un fenomeno recente. Nel corso della storia, diverse culture hanno adottato metodi empirici per modificare le dimensioni genitali: – alcune tribù africane, sudamericane e indiane utilizzavano pesi applicati al pene; – nell’antica Grecia veniva impiegato il kynodesme, una striscia di cuoio avvolta intorno al prepuzio; – in India si ricorreva all’applicazione di sostanze irritanti per indurre gonfiore. Il jelqing viene talvolta fatto risalire a presunte tradizioni sudanesi, ma non esistono conferme storiche o antropologiche affidabili a supporto di questa origine. Qual è il razionale teorico del jelqing? I sostenitori del jelqing ipotizzano che la pratica provochi microlesioni (micro-tears) nei tessuti penieni, analogamente a quanto avviene nel muscolo scheletrico durante l’allenamento con i pesi. Secondo questa teoria, la guarigione delle microlesioni porterebbe a un aumento di volume. Tuttavia, questo modello risulta biologicamente debole, poiché: – il pene non è costituito da muscoli scheletrici, ma da tessuto erettile e muscolatura liscia; – i meccanismi di adattamento ipertrofico non sono sovrapponibili a quelli del muscolo striato. Esistono prove scientifiche dell’efficacia del jelqing? No. Attualmente non esistono studi clinici controllati di alta qualità che dimostrino un aumento permanente della lunghezza o della circonferenza del pene in soggetti sani attraverso il jelqing. Le evidenze disponibili sono prevalentemente aneddotiche, basate su auto-valutazioni non controllate e prive di follow-up a lungo termine. Anche le revisioni sistematiche sulle tecniche di allungamento penieno indicano che la maggior parte dei metodi non chirurgici non produce aumenti clinicamente significativi. In quali casi lo stretching penieno può avere un’utilità clinica? Un’eccezione parziale è rappresentata dalla malattia di Peyronie, una condizione caratterizzata dalla formazione di placche fibrotiche che determinano una curvatura dolorosa del pene. In questi casi, l’uso di dispositivi di trazione medicale può contribuire a ridurre la curvatura e a recuperare una parte della lunghezza perduta. Tuttavia, anche in questo contesto, non è dimostrato che il jelqing manuale sia efficace, né può essere raccomandato come trattamento standard. Come si svolge il jelqing? Nella tecnica di jelqing comunemente promossa online, si procede generalmente nel seguente modo: si inizia con il pene quasi, ma non completamente, eretto; si applica un lubrificante, come una lozione non profumata o vaselina; si avvolgono indice e pollice attorno alla base del pene fino a farli toccare, esercitando una pressione moderata; si fanno scorrere le dita dalla base verso la punta, applicando una trazione continua; si ripete il movimento per 5–20 minuti al giorno. Quali altri metodi di ingrandimento ci sono e quanto sono sicuri? Secondo l’American Urological Association (AUA): – i dispositivi di trazione possono produrre piccoli aumenti della lunghezza flaccida (inferiori a 2 cm) se utilizzati per molte ore al giorno per diversi mesi; – pillole e creme risultano inefficaci e potenzialmente dannose; – le iniezioni (come PRP o acido ialuronico) possono aumentare talvolta la circonferenza, ma non la lunghezza, con frequenti effetti collaterali; – le pompe vacuum sono utili per la disfunzione erettile, ma non per l’allungamento; – la chirurgia può modificare l’aspetto del pene, ma comporta rischi significativi, tra cui infezioni, cicatrici e perdita di sensibilità. Ci sono indicazioni mediche  allo stretching penieno? L’unica indicazione medica allo stretching penieno resta il micropene, definito come una lunghezza in erezione inferiore a 7,5 cm in età adulta. Il jelqing è sicuro? Il jelqing non è privo di rischi, soprattutto se praticato in modo intenso o prolungato. Tra gli effetti collaterali documentati o plausibili rientrano: – dolore e indolenzimento; – ecchimosi e lividi; – irritazione cutanea; – formazione di tessuto cicatriziale; – disfunzione erettile; – possibile sviluppo della malattia di Peyronie. Il rischio aumenta in presenza di: – pressione eccessiva; – elevata frequenza; – durata prolungata; – assenza di lubrificazione. Quali sono le raccomandazioni cliniche? Le principali società scientifiche non raccomandano il jelqing. In presenza di disagio legato alle dimensioni del pene, sono indicati: – un colloquio con un andrologo e un sessuologo; – una valutazione urologica in caso di sintomi fisici; – un supporto psicologico o sessuologico in presenza di ansia corporea o insoddisfazione persistente. Numerosi studi mostrano che la percezione soggettiva delle dimensioni influisce spesso più della dimensione reale sulla soddisfazione sessuale. Dr. Walter La Gatta Fonti principali Webmd Healthline Immagine Pxhere [...] Read more...
Gennaio 7, 2026Psicopatici e Relazione di Coppia I tratti della personalità influenzano il modo in cui gli individui si comportano tipicamente nelle interazioni con gli altri e condizionano le caratteristiche della relazione, inclusa la soddisfazione relazionale (Back et al., 2011). Tratti della personalità come l’amabilità, la coscienziosità,  la stabilità emotiva (secondo il Modello dei Cinque Fattori; Dyrenforth et al., 2010; McCrae & Costa, 1997; Schaffhuser et al., 2014) e l’intelligenza emotiva di tratto (Malouff et al., 2010; Parker et al., 2021) sono correlati positivamente alla soddisfazione relazionale. Mentre alcuni tratti promuovono la soddisfazione, altri hanno un impatto negativo (Decuyper et al., 2018). Una di queste costellazioni di tratti (ovvero un costrutto) è la psicopatia. Cosa si intende per psicopatia? La psicopatia è un costrutto clinico definito da un insieme di quattro sfaccettature problematiche, suddivise in due fattori principali: il Fattore 1, che comprende la Manipolazione Interpersonale (loquacità/fascino superficiale, senso grandioso del sé, tendenza a raggirare/manipolare) e l’Affettività Cinica (mancanza di senso di colpa e rimorso, affettività superficiale, mancanza di empatia, mancata accettazione della responsabilità delle proprie azioni); il Fattore 2, che comprende lo Stile di Vita Erratico (impulsività, irresponsabilità, stile di vita parassitario, bisogno di stimoli) e le Tendenze Antisociali (scarso controllo comportamentale, problemi comportamentali precoci e delinquenza giovanile, comportamento criminale; Cleckley, 1941; Hare & Neumann, 2005, 2008). La psicopatia riguarda più gli uomini o le donne? Pur non essendo un costrutto specifico di genere, la psicopatia è stata storicamente studiata e diagnosticata principalmente negli uomini (Guay et al., 2018; Hicks et al., 2004; Nicholls et al., 2005). Questa prevalenza appare tuttavia sproporzionata: ciò potrebbe essere dovuto ai diversi modi in cui i tratti psicopatici si manifestano negli uomini e nelle donne (de Vogel & Lancel, 2016; Kreis & Cooke, 2012). Infatti, i modelli di comportamento impulsivo, antisociale e distruttivo tendono a essere inquadrati o interpretati diversamente tra uomini e donne, e gli strumenti di misurazione della psicopatia potrebbero non catturare adeguatamente le manifestazioni di questi tratti nelle donne (Chun et al., 2017; Sprague et al., 2012). I tratti di psicopatia in uno dei partner come influenzano la relazione? Nonostante le differenze di genere, i tratti che definiscono la psicopatia influenzano negativamente le relazioni interpersonali, manifestandosi come antagonismo (Kotov et al., 2017; Krueger et al., 2007), bassa intelligenza emotiva di tratto (Megías et al., 2018), insensibilità (Golmaryami et al., 2021) e, secondo il Modello dei Cinque Fattori, alta ostilità rabbiosa, impulsività e scarso altruismo (Decuyper et al., 2009; Samuel & Widiger, 2008). Un numero crescente di studi evidenzia l’impatto negativo dei tratti psicopatici sulle relazioni: ad esempio, una preferenza per le relazioni a breve termine (Jonason et al., 2012) e un impatto negativo sulla durata del rapporto e sul divorzio (Weiss et al., 2018). Le persone con più tratti psicopatici sono anche più indiscriminate sessualmente (Burtăverde et al., 2021), sessualmente precarie,  più inclini a comportamenti sessualmente coercitivi (Harris et al., 2007; Süssenbach & Euteneuer, 2024), e hanno maggiori probabilità di commettere infedeltà (Jones & Weiser, 2014). Gli individui con alti tratti psicopatici hanno anche relazioni instabili e di bassa qualità: mostrano meno impegno e stabilità (Kardum et al., 2018), hanno stili di attaccamento più ansiosi ed evitanti (Conradi et al., 2016), mettono in atto comportamenti più controllanti e distruttivi (Brewer et al., 2018) ed esibiscono comportamenti più violenti verso i partner (Mager et al., 2014; Robertson et al., 2020). Tuttavia, sebbene i tratti psicopatici possano essere generalmente deleteri per attrarre partner a lungo termine, vi sono prove che tali tratti possano risultare attraenti nelle donne che cercano incontri sessuali o appuntamenti a breve termine (Jonason et al., 2015), o per le donne più giovani che esse stesse possiedono più tratti psicopatici (Blanchard et al., 2016). La relazione stabile fa diminuire i tratti di psicopatia? Si. Le relazioni potrebbero fungere da fattore protettivo per alcuni degli esiti negativi dei tratti psicopatici: ad esempio, il matrimonio è correlato a una diminuzione del comportamento antisociale e criminale, specialmente nei giovani uomini adulti (Sampson et al., 2006; Zoutewelle-Terovan et al., 2014). Tuttavia, i tratti psicopatici sono anche legati a relazioni di qualità inferiore e a un aumento di esiti relazionali negativi come la violenza domestica (Robertson et al., 2020). Se i tratti di psicopatia sono poco pronunciati hanno gli stessi effetti sulla coppia? Si. Uno studio da poco pubblicato indica che i tratti di personalità psicopatici del/della partner possono avere un’influenza importante sulla soddisfazione di coppia, in particolare per gli uomini. I risultati mostrano che anche livelli subclinici di tratti psicopatici possono avere effetti dannosi sulla soddisfazione relazionale. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Martijn, F. M., Cahill, L., Decuyper, M., & Uzieblo, K. (Kasia). (2025). Psychopathic Traits and Relationship Satisfaction in Intimate Partners: A Dyadic Approach. Journal of Couple & Relationship Therapy, 1–28. https://doi.org/10.1080/15332691.2025.2557249 Immagine Pxhere [...] Read more...
Dicembre 22, 2025La vendetta: risposta emotiva o messaggio comunicativo? La vendetta è tra “le più potenti passioni umane” (Frijda, 1994) e si verifica in quasi tutte le culture osservate (Brown, 1991; Pinker, 2002 ). È stata osservata sia in relazioni consolidate e impegnate di vario tipo (Yoshimura & Boon, 2018 ) sia tra estranei (ad esempio, rabbia al volante, vedi Wiesenthal et al., 2000 ). La vendetta nasce come risposta a un torto subito e si manifesta nel desiderio di restituire il male ricevuto, ristabilendo un equilibrio che si percepisce come spezzato. In genere la vendetta viene considerata, anche in psicologia, con una accezione negativa, ma secondo la teoria della comunicazione, che studia i comportamenti umani dal punto di vista del creare e scambiare significati e comprensioni con gli altri, può essere letta anche in altro modo. Cerchiamo di saperne di più. Che cos’è la vendetta secondo la psicologia sociale? Dal punto di vista della psicologia sociale, la vendetta è generalmente concepita come una risposta a una provocazione o a un’ingiustizia percepita. Non è un’aggressione casuale, ma un comportamento che nasce dalla convinzione di essere stati danneggiati intenzionalmente. In questo senso, la vendetta implica reciprocità: chi subisce un torto cerca di “restituirlo”, ristabilendo un equilibrio attraverso il danno inflitto all’altro. Come viene definita la vendetta? Le definizioni variano molto: alcune includono motivazioni specifiche (come la deterrenza o il ripristino della giustizia), altre sono più generiche. Alcuni studiosi distinguono tra desiderio di vendetta e atto vendicativo, mentre altri li considerano insieme. L’enciclopedia Treccani la definisce, in sintesi, così: vendétta s. f. [lat. vindĭcta «rivendicazione; liberazione; vendetta; castigo», der. di vindicare: v. vendicare]. – 1. a. Danno materiale o morale, di varia gravità fino allo spargimento di sangue, che viene inflitto privatamente ad altri in soddisfazione di offesa ricevuta, di danno patito o per sfogare vecchi rancori; nel linguaggio giornalistico, v. trasversale, indiretta, che ha come oggetto familiari o amici della persona che si vuole colpire (caratteristica delle faide e delle lotte tra diverse organizzazioni criminali); b. In etnologia, v. del sangue, forma di vendetta che può colpire sia l’uccisore sia qualsiasi membro del suo gruppo familiare, secondo leggi e usi particolari, generalmente con esclusione delle donne, dei bambini, dei vecchi. In molti casi è sostituita da un risarcimento alla famiglia dell’ucciso, talora accompagnato da un sacrificio animale, o da un matrimonio tra un uomo del gruppo dell’uccisore e una donna di quello dell’ucciso. 2. a. Castigo, punizione, e spec. la punizione divina. Perché la vendetta viene considerata una passione pericolosa? Per la sua potenziale capacità di provocare conseguenze gravi, imprevedibili e talvolta autoperpetuanti. Non solo i vendicatori sono inclini a errori di calibrazione quando mettono in atto il loro desiderio di vendetta, ma le loro azioni possono anche avere conseguenze indesiderate e impreviste che possono causare danni maggiori di quanto avrebbero desiderato al loro bersaglio, così come causare sofferenza a loro stessi o far pagare ad altri il prezzo delle azioni altrui (Bies & Tripp, 1998 ; Boon et al., 2011 ; Crombag et al., 2003 ; Elshout et al., 2017). Perché sorgono i desideri di vendetta nella vita sociale? Come parte del normale corso della vita sociale quotidiana, alcuni messaggi vengono inevitabilmente interpretati come una violazione intenzionale e negativa delle proprie aspettative, una frustrazione dei propri desideri, o entrambe le cose. Le particolari interpretazioni del comportamento altrui come offensivo, provocatorio, meschino, doloroso o altro motivano il comportamento di vendetta. L’attività di vendetta è attuata in modo casuale? In genere no. Quando le persone hanno il tempo, l’opportunità e le risorse per vendicarsi, i tipi di comportamenti che i vendicatori decidono di mettere in atto sono pianificati, progettati e coordinati per scambiare efficacemente ulteriori messaggi sulla loro interpretazione del comportamento dell’altro e sulle loro aspettative e desideri di correzione. Secondo la teoria della comunicazione la vendetta è sempre opposta al perdono? Non sempre. Secondo questa visione, in alcuni casi, la vendetta può persino favorire il perdono, soprattutto quando contribuisce a ristabilire un senso di equità tra le parti. La vendetta è sempre un comportamento distruttivo secondo la teoria della comunicazione? Non sempre. Sebbene la letteratura psicologica abbia spesso enfatizzato gli aspetti antisociali e distruttivi della vendetta, la teoria della comunicazione suggerisce che essa possa anche avere funzioni adattive, come scoraggiare comportamenti dannosi, o segnalare che certi limiti non devono essere superati. Come interpreta la vendetta la teoria della comunicazione? La teoria della comunicazione vede il comportamento umano come un mezzo per creare e scambiare significati. In questa prospettiva, la vendetta non è solo un’azione, ma un messaggio interpersonale. Quando una persona si vendica, sta comunicando qualcosa: ad esempio che un comportamento è stato ritenuto offensivo, inaccettabile o ingiusto. La vendetta diventa così un atto intenzionale, progettato per trasmettere un significato all’altro, influenzarne emozioni, pensieri o comportamenti futuri. Perché le interpretazioni sono così importanti nei processi di vendetta? Perché i significati non sono oggettivi. Ogni individuo interpreta i comportamenti altrui sulla base delle proprie esperienze, aspettative e del contesto culturale. Ciò significa che un’azione può essere vissuta come una grave offesa da una persona e come un gesto insignificante da un’altra. La vendetta nasce proprio da queste interpretazioni soggettive. Allo stesso modo, anche l’atto vendicativo può essere mal compreso o non riconosciuto come tale da chi lo subisce, rendendo l’interazione ancora più complessa. In che modo i due approcci possono essere integrati? Un approccio integrato considera la vendetta come un fenomeno che coinvolge sia processi psicologici sia dinamiche comunicative. Da un lato, emozioni come rabbia e senso di ingiustizia motivano l’azione; dall’altro, l’azione stessa è un messaggio che viene codificato da chi si vendica e decodificato da chi lo riceve. Quando la vendetta dà un senso di soddisfazione? La soddisfazione della vendetta dipende spesso dal fatto che il destinatario “comprenda il messaggio” e riconosca il torto iniziale. Se questo non avviene, la vendetta può risultare inefficace o portare a nuove escalation. Che cosa significa parlare di “competenza” della vendetta? Secondo la teoria della competenza comunicativa, un’azione può essere valutata in base a due dimensioni: – Efficacia: quanto riesce a raggiungere gli obiettivi desiderati. – Appropriatezza: quanto è adeguata al contesto sociale e culturale. Applicare questo concetto alla vendetta significa superare una valutazione puramente morale (giusto/sbagliato) e chiedersi se un atto vendicativo sia stato “utile, comprensibile e proporzionato” nel contesto in cui è avvenuto. In conclusione, la psicologia sociale suggerisce di guardare alla vendetta in modo diverso? No. L’invito è a coglierne tutta la complessità, mostrando come la vendetta sia al tempo stesso un’esperienza emotiva e un messaggio simbolico. Solo attraverso questa integrazione è possibile comprendere davvero le sue dinamiche, i suoi effetti e il suo ruolo nelle relazioni umane. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Boon, S. D., & Yoshimura, S. M. (2020). Revenge as social interaction: Merging social psychological and interpersonal communication approaches to the study of vengeful behavior. Social and Personality Psychology Compass, 14(7), e12554. https://doi.org/10.1111/spc3.12554 Immagine Foto di Andrea Piacquadio  [...] Read more...
Novembre 20, 2025La posizione dell’elicottero e la frattura del pene La frattura del pene è una rara ma importante emergenza urologica, caratterizzata dalla rottura della tunica albuginea durante l’erezione, spesso in seguito ad attività sessuali “vigorose”. L’aumento del consumo di pornografia e l’esposizione a pratiche sessuali acrobatiche o ad alto rischio sembrano influenzare i comportamenti sessuali, incrementando potenzialmente il rischio di traumi genitali. In questo articolo viene presentato il caso di un uomo di 54 anni che ha riportato una frattura del pene dopo un rapporto sessuale in una posizione non convenzionale ispirata a contenuti pornografici, nota informalmente come “helicopter position”. Il trattamento chirurgico tempestivo ha garantito un recupero completo, senza disfunzione erettile a due anni di follow-up. Il caso sottolinea l’importanza della prevenzione, della consapevolezza pubblica e di un’educazione sessuale basata su evidenze anatomiche e comportamentali. La frattura del pene La frattura del pene rappresenta un’emergenza urologica causata dalla rottura della tunica albuginea dell’organo eretto. Sebbene rara, la condizione richiede diagnosi e intervento tempestivi per prevenire complicanze quali disfunzione erettile, incurvamento penieno o fibrosi cicatriziale. La letteratura indica come principale causa il rapporto sessuale vigoroso, soprattutto in alcune posizioni, mentre in altre aree geografiche sono più comuni la manipolazione forzata o la manovra del taqaandan. Cosa è la manovra del taqaandan (o taqaandan maneuver)? Si tratta di una pratica tradizionale, diffusa soprattutto in alcune regioni del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, in particolare nel Kurdistan e in alcune aree dell’Iran e dell’Afghanistan. Il taqaandan consiste nel piegare volontariamente il pene eretto verso il basso (o lateralmente) fino a sentire un “crack”, prodotto dalla rottura di alcune strutture interne della tunica albuginea. L’obiettivo, secondo la tradizione, è quello di ottenere una detumescenza rapida dell’erezione considerata “fastidiosa” o “non desiderata”.  Questa manovra è estremamente rischiosa, perché può causare: Frattura del pene (la complicanza più comune), Dolore acuto, Ematoma importante, Danni vascolari o uretrali, Curvatura peniena permanente (malattia di Peyronie post-traumatica), Disfunzione erettile a lungo termine La frattura del pene è dovuta alla rottura della tunica albuginea, una membrana molto resistente che però si assottiglia significativamente durante l’erezione, diventando più vulnerabile a traumi di tipo “piegamento forzato”. Nei contesti dove è nota, viene eseguita per far cessare un’erezione indesiderata, “controllare” la sessualità maschile, eliminare imbarazzo in situazioni sociali, come rimedio casalingo basato sulla tradizione. Non ha alcuna base medica e viene considerata una pratica traumatica e potenzialmente devastante per la salute sessuale. Cosa accade dopo il “cracking sound”? Clinicamente, l’evento traumatico che succede al “crack”  porta  immediata detumescenza e comparsa del caratteristico “eggplant deformity”. (In inglese eggplant significa melanzana. Dunque eggplant deformity = “deformità a melanzana”). Dopo la frattura del pene: si forma un ampio ematoma, il pene diventa gonfio, irregolare e violaceo, perde la sua forma lineare e assume un aspetto curvo e rigonfio. Questo conferisce al pene un aspetto simile alla melanzana, per: colore violaceo, forma tumefatta, dimensioni aumentate e irregolari. Cosa c’entra la pornografia? L’accessibilità crescente della pornografia online ha portato a modifiche nei comportamenti sessuali, con una maggiore esposizione a posizioni rischiose, atti estremi e dinamiche ad alto impatto. Diversi studi suggeriscono che il consumo problematico di pornografia sia associato a comportamenti sessuali impulsivi e sperimentazioni potenzialmente dannose. Caso clinico Un uomo di 54 anni si è presentato in Pronto Soccorso con dolore acuto al pene, detumescenza immediata e tumefazione insorta durante un rapporto sessuale. Al momento dell’evento l’uomo stava tentando, insieme alla partner, una posizione non convenzionale denominata “helicopter”, vista in un film pornografico. Il paziente ha riferito di aver percepito un suono secco, seguito da dolore severo  e rapido ingrossamento del pene. Descrizione della posizione “helicopter” La posizione prevedeva che: La partner ricevente si mettesse carponi, poi scendesse ulteriormente appoggiandosi sugli avambracci; il partner penetrante si posizionasse di lato rispetto alla partner, non dietro come nelle posizioni tradizionali. I fianchi dei due partner vengono così allineati, ma in direzioni opposte: il penetrante guarda verso i piedi della partner. Per raggiungere l’intromissione, il partner solleva entrambe le gambe e le porta al di sopra del bacino della partner. Durante il rapporto le gambe rimangono sollevate in aria, mentre il resto del corpo ruota in una posizione obliqua/laterale. Il nome “helicopter” deriva proprio dal fatto che il partner penetrante assume una posizione quasi sospesa, con le gambe alzate, ricordando le pale di un elicottero. Questa dinamica complessa richiede angolazioni e movimenti rotatori non fisiologici, aumentando il rischio di impatto peno-perineale e disallineamento dell’asse penieno. Esame obiettivo e diagnostica All’ingresso in Pronto Soccorso: marcata ecchimosi diffusa, edema evidente del corpo penieno, difetto palpabile sulla faccia ventrale dell’asta. L’ecografia peniena con duplex ha confermato: discontinuità di circa 1 cm della tunica albuginea nel terzo prossimale del pene, ematoma di 8,5 mL, sospetto coinvolgimento di un ramo arterioso dorsale. Trattamento Il paziente è stato sottoposto a: analgesia intravenosa, antibioticoterapia empirica, esplorazione chirurgica urgente. L’intervento ha previsto: incisione longitudinale diretta, evacuazione dell’ematoma, sutura primaria del difetto (3-0 Monocryl), chiusura dei tessuti superficiali (2-0 Monocryl), posizionamento di catetere sovrapubico. La valutazione intraoperatoria ha escluso danni uretrali. Follow-up A due anni dall’intervento: nessun segno di disfunzione erettile, assenza di dolore, soddisfacente funzione sessuale, nessuna complicanza tardiva. Pornografia e comportamenti sessuali rischiosi La letteratura (Bőthe et al., 2021) ha evidenziato una correlazione tra: frequenza del consumo pornografico, gravità dell’uso problematico, tendenza a sperimentare comportamenti sessuali rischiosi. Tali comportamenti possono includere: – posizioni acrobatiche o non fisiologiche, – movimenti rotatori o angolazioni estreme del pene eretto, – tentativi di emulare atti sessuali irreali o idealizzati. Nel caso descritto, la dinamica della posizione imitata ha creato le condizioni biomeccaniche favorevoli alla frattura. Educazione sessuale e prevenzione L’esposizione a contenuti pornografici estremi, unita a una scarsa educazione sessuale, può generare aspettative distorte e ridurre la percezione del rischio. Interventi preventivi dovrebbero includere: informazione anatomica chiara, consapevolezza sui limiti biomeccanici del pene eretto, discussione critica del ruolo dei media pornografici, promozione di comportamenti sessuali sicuri. L’integrazione dell’educazione sessuale nei percorsi di salute pubblica e nelle consulenze urologiche può contribuire a ridurre l’incidenza di traumi genitali. Conclusioni Il caso presentato dimostra come la ricerca di posizioni sessuali non convenzionali, ispirate dalla pornografia e dotate di elevato rischio biomeccanico, possa predisporre a traumi genitali gravi. Un’adeguata informazione sui rischi, insieme a strategie educative mirate, può svolgere un ruolo fondamentale nella prevenzione di tali eventi. L’esperienza clinica riportata rafforza l’importanza di riconoscere l’influenza della pornografia sui comportamenti sessuali e la necessità di un approccio multidisciplinare alla salute sessuale. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Gonzalez-Carranza HR. Spinning Into Surgery: A Case of Penile Fracture Due to High-Risk Sexual Activity. Cureus. 2025 Oct 8;17(10):e94158. doi: 10.7759/cureus.94158. PMID: 41210061; PMCID: PMC12594599. [...] Read more...
Novembre 20, 2025Educazione Sessuale per Adulti: uno studio La ricerca sull’educazione sessuale si è concentrata principalmente su giovani e adolescenti, piuttosto che sugli adulti. Uno studio, preso in esame in questo articolo, ha invece esplorato gli atteggiamenti degli adulti single riguardo al potenziale impatto della loro educazione sessuale, inclusa la mancanza di educazione sessuale, sulle loro attuali relazioni sessuali e sentimentali. I dati sono stati raccolti nel 2023 da un campione statunitense demograficamente rappresentativo di adulti single (di età compresa tra 18 e 98 anni). I partecipanti ( n  = 3.895) hanno riferito se avevano appreso informazioni su 16 diversi argomenti tipicamente inclusi nei programmi completi di educazione sessuale e la loro percezione di come un’educazione sessuale aggiuntiva rispetto a quella ricevuta avrebbe avuto un impatto sulla loro vita adulta. Ecco una sintesi dello studio: La ricerca sull’educazione sessuale fino ad oggi si è concentrata in gran parte sull’educazione dei giovani e degli adolescenti.  Il mondo scientifico e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno ripetutamente chiesto un’educazione sessuale più completa e che tale educazione iniziasse prima dell’adolescenza. Questo tipo di formazione dovrebbe coprire una varietà di argomenti, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, “famiglie e relazioni; rispetto, consenso e autonomia corporea; anatomia, pubertà e mestruazioni; contraccezione e gravidanza; e infezioni sessualmente trasmissibili, incluso l’HIV”. L’educazione sessuale è stata collegata a migliori risultati in termini di salute sessuale, tra cui un’età più avanzata per la prima attività sessuale e una maggiore probabilità di praticare sesso sicuro (ad esempio l’uso del preservativo). Una revisione di tre decenni di ricerca sull’educazione sessuale ha trovato “prove concrete che i programmi educativi possono aumentare le conoscenze, cambiare gli atteggiamenti e migliorare le competenze per ridurre i comportamenti violenti. Nonostante questo potenziale per migliorare la vita affettiva e sessuale, molti Paesi non offrono alcuna educazione sessuale e, tra quelli che ne offrono una qualche forma, gran parte si concentra principalmente o esclusivamente sulla gravidanza e sulla prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili. Ma gli studenti sanno che il sesso e la sessualità sono molto più di quanto viene loro insegnato a scuola, e tutto suggerisce che vogliano imparare. Riflettendo sulla loro istruzione dalla scuola materna alle superiori, gli studenti del primo anno di università, in uno studio, hanno riferito di aver ricevuto poche o nessuna informazione sul consenso sessuale, ma hanno anche espresso il desiderio di una trattazione più approfondita del tema. Un altro aspetto del sesso che spesso viene escluso dall’educazione sessuale è il piacere. Gli studiosi sostengono da decenni che il piacere dovrebbe essere incluso nell’educazione sessuale. Quando questi argomenti vengono esclusi dall’educazione sessuale formale, le persone si rivolgono a fonti alternative. Fraumeni-McBride e Willoughby (2024) hanno scoperto che il 79% delle donne che facevano uso di pornografia la percepiva come una fonte di apprendimento sulla sessualità, in particolare per quanto riguarda il piacere sessuale. In un’analisi dei contenuti dei video di educazione sessuale più popolari sul social media TikTok, Fowler et al. (2022 ) hanno scoperto che il piacere sessuale era il secondo tema più comune, suggerendo che gli utenti cercano queste informazioni da fonti informali per colmare una lacuna nelle loro conoscenze. Uno studio internazionale ha anche dimostrato interesse per le informazioni sul piacere sessuale, come illustrato dai dati di Google Analytics che mostrano la popolarità delle informazioni incentrate sul piacere (van Clief & Anemaat, 2020 ). Una revisione di tre decenni di ricerca sull’educazione sessuale ha dimostrato che l’inclusione di lezioni sulla comunicazione nei programmi di educazione sessuale ha migliorato la comunicazione sulle relazioni in generale e sul sesso nelle relazioni in particolare (Goldfarb & Lieberman, 2021 ). La ricerca suggerisce che le discussioni aperte sul sesso nei programmi di educazione sessuale incoraggiano la comunicazione nelle future relazioni sessuali, modellando il comportamento e forniscono un linguaggio per parlare dei propri bisogni e desideri. Molte persone raggiungono l’età adulta senza alcuna educazione sessuale, o con un’educazione sessuale inadeguata. Lo studio che qui riassumiamo esplora le carenze nelle passate esperienze di educazione sessuale degli adulti single e vuole scoprire se ritengono che un’educazione sessuale aggiuntiva, oltre a quella ricevuta, avrebbe migliorato la loro vita sentimentale e sessuale. In un ampio campione nazionale di adulti single negli Stati Uniti, i tre principali quesiti di ricerca erano: 1 : Quali argomenti relativi al sesso e alle relazioni hanno imparato a scuola gli adulti single? 2: Quali argomenti relativi al sesso e alle relazioni gli adulti single hanno dichiarato di non aver imparato durante la loro giovinezza? 3 : In che modo gli adulti single credono che un’educazione sessuale aggiuntiva rispetto a quella ricevuta in gioventù avrebbe avuto un impatto sulle loro relazioni sessuali e sentimentali? I dati sono stati raccolti nel 2023 nell’ambito dello studio Singles in America (SIA). Tutti i partecipanti avevano almeno 18 anni, vivevano negli Stati Uniti ed erano single al momento dell’indagine. Il campione iniziale di partecipanti includeva 5.305 partecipanti. Risultati 1 : Quali argomenti relativi al sesso e alle relazioni hanno imparato a scuola gli adulti single? Solo uno dei 16 argomenti valutati è stato appreso a scuola dalla maggior parte dei partecipanti: il 54,6% del campione ha appreso a scuola informazioni sulla riproduzione/su come la donna rimane incinta. Circa il 40% del campione ha appreso a scuola informazioni sulla pubertà, sulla contraccezione e su come prevenire o effettuare test per le malattie sessualmente trasmissibili, mentre il 23,8% del campione ha appreso a scuola l’astinenza. Una piccola minoranza di partecipanti ha appreso a scuola i restanti 11 argomenti. 2: Quali argomenti relativi al sesso e alle relazioni gli adulti single hanno dichiarato di non aver imparato durante la loro giovinezza? Gli adulti single hanno segnalato lacune significative nella loro educazione sessuale e relazionale durante la loro giovinezza. Alla domanda sulle fonti di educazione/informazione sessuale, una minoranza sostanziale ha dichiarato di non avere alcuna fonte di informazione su molti argomenti. Tra gli argomenti più frequentemente trascurati figurano come esprimere i desideri sessuali, con il 39,0% dei partecipanti che ha dichiarato di non aver imparato a dire al/alla partner cosa desidera sessualmente, e il 35,1% che non ha imparato a parlare di sesso con i partner. Inoltre, oltre un terzo ha segnalato una mancanza di educazione sull’identità di genere (37,3%), su come ci si sente la “prima volta” (35,2%), su come frequentare qualcuno (34,1%), su come decidere se si desidera fare sesso (34,1%) e su come stabilire relazioni sentimentali sane (33,6%). Oltre il 30% ha inoltre segnalato una mancanza di educazione su come dare o ottenere il consenso sessuale (30,4%) e su come rendere il sesso piacevole o appagante per sé stessi (31,2%) o per il proprio partner (31,1%). Il 14% degli adulti single ha dichiarato di non avere alcuna fonte di informazione sull’orientamento sessuale, il 22% ha dichiarato di non avere alcuna fonte di informazione sulle relazioni sentimentali positive o sane e il 15% ha dichiarato di non avere alcuna fonte di informazione sul consenso. 3: In che modo gli adulti single ritengono che un’educazione sessuale aggiuntiva rispetto a quella ricevuta in gioventù avrebbe avuto un impatto sulla loro vita sentimentale e sessuale? Una parte sostanziale di adulti single ha ritenuto che avrebbe beneficiato di un’istruzione aggiuntiva su sesso, sessualità, genere e riproduzione oltre a quella ricevuta. Oltre il 40% del campione ritiene che tale educazione avrebbe portato a relazioni sentimentali più sane (44,3%), avrebbe aumentato la fiducia in se stessi (40,3%) e li avrebbe aiutati a capire meglio come essere un buon partner (40,0%). Inoltre, circa il 30% ritiene che avrebbe migliorato la qualità della vita complessiva (34,9%), avrebbe fornito loro una migliore comprensione del proprio corpo (29,4%) e della salute sessuale (28,5%) e avrebbe fornito loro le risorse per prendere decisioni più consapevoli ora (29,2%). Solo l’8,9% del campione ritiene che una maggiore educazione non avrebbe apportato nessuno dei benefici valutati. Quali possono essere le fonti alternative? Per compensare le carenze nell’istruzione formale, le persone possono ricorrere ad alternative come i coetanei e i social media, con qualità e accuratezza variabili. Alternative affidabili ai programmi di educazione sessuale scolastici sono importanti per colmare le lacune di conoscenza degli adulti che non frequentano più la scuola ma desiderano integrare l’educazione sessuale ricevuta, se presente. Tali fonti extracurriculari potrebbero diventare ancora più importanti per diffondere informazioni accurate e basate sull’evidenza su aree critiche come il consenso, l’aborto, il piacere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e altri argomenti che, secondo i risultati attuali, difficilmente vengono trattati sistematicamente in ambito scolastico, soprattutto in un contesto sociopolitico conservatore. Ricercatori, educatori e studenti devono essere pronti a esplorare e utilizzare percorsi non tradizionali per un’educazione sessuale completa. Concludono i ricercatori: “Mentre scriviamo questo articolo, continuano dibattiti di matrice politica e controversie sociopolitiche sulla necessità e l’accettabilità di programmi formali di educazione sessuale. Più in generale, persistono controversie sull’educazione sessuale completa, sull’accesso delle donne alla salute sessuale e riproduttiva, incluso l’aborto, e sul benessere LGBTQ+, in particolare per quanto riguarda identità/ruoli di genere e persone transgender. Tali controversie politiche e panico morale rendono improbabile che si compiano progressi significativi nella promozione dell’educazione sessuale completa nelle scuole statunitensi nei prossimi anni. Allo stesso modo, queste controversie e le conseguenti barriere finanziarie potrebbero rendere più difficile la produzione e la distribuzione di programmi di educazione sessuale accessibili al pubblico negli Stati Uniti. Sebbene i nostri risultati dimostrino che un’educazione sessuale completa nelle scuole primarie e secondarie sia fondamentale per relazioni romantiche e sessuali sane in età adulta, i nostri risultati suggeriscono anche che, soprattutto alla luce delle attuali sfide sociopolitiche, ulteriori canali di educazione sessuale al di fuori dell’ambiente scolastico sarebbero strumenti preziosi che potrebbero migliorare la vita di milioni di adulti negli Stati Uniti”. A qualcuno sono fischiate le orecchie? 😉 Dr. Walter La Gatta Fonte: Hille, J. J., Garcia, J. R., & Gesselman, A. N. (2025). If I Only Knew Then: Single Adults’ Perceptions of the Impact of Sex Education on Their Romantic and Sexual Lives. International Journal of Sexual Health, 1–9. https://doi.org/10.1080/19317611.2025.2566816 Immagine Foto di cottonbro studio [...] Read more...
Novembre 5, 2025Amore e lavoro: quando la passione nasce in ufficio Un sondaggio condotto da ADP Canada nel 2019 su 885 dipendenti ha rilevato che un lavoratore su tre ha avuto una relazione romantica con un/una collega. La percentuale sale al 41% tra i giovani dai 18 ai 34 anni. Tendenze simili emergono anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove circa il 18% delle persone impegnate in una relazione afferma di aver conosciuto il proprio partner sul lavoro. Cerchiamo di saperne di più. Perché ci si innamora in ufficio? L’ambiente di lavoro favorisce la vicinanza emotiva e cognitiva. Condividere spazi, obiettivi e momenti di stress o successo crea un senso di familiarità e fiducia. A differenza delle app di incontri, dove la connessione è spesso superficiale, sul lavoro si sviluppano relazioni basate su valori comuni, competenza e collaborazione. In termini psicologici, il fenomeno è legato all’effetto di mera esposizione: più vediamo una persona, più tendiamo a percepirla positivamente. Inoltre, la condivisione di esperienze intense — come affrontare scadenze o progetti complessi — può generare intimità emotiva. Quali dinamiche psicologiche si attivano in una relazione nata al lavoro? Le relazioni tra colleghi possono attivare diversi meccanismi psicologici: Trasferimento affettivo: le emozioni provate verso il contesto lavorativo (stima, ammirazione, gratitudine) vengono trasferite alla persona. Bisogno di appartenenza: l’essere umano tende naturalmente a cercare connessioni significative; il lavoro, come micro-società, soddisfa questo bisogno. Effetto di prossimità e somiglianza: lavorare a stretto contatto con persone che condividono interessi, linguaggi e valori aumenta la probabilità di attrazione. Ruoli e potere: nelle relazioni tra superiori e subordinati può emergere una dinamica di asimmetria di potere, che rende la relazione più complessa e potenzialmente ambigua. Le relazioni sul lavoro possono avere effetti positivi? Assolutamente sì. Le ricerche dimostrano che le storie d’amore nate in ufficio possono portare a maggiore soddisfazione lavorativa, impegno organizzativo più forte, morale più alto e migliore collaborazione tra colleghi. Che cos’è esattamente una “relazione sul posto di lavoro”? Si parla di “workplace romance” quando due persone appartenenti alla stessa organizzazione intrattengono una relazione romantica o sessuale riconosciuta da entrambe come più che professionale. Può trattarsi di relazioni stabili, avventure, rapporti occasionali. Quali le relazioni sul lavoro sono nocive? Quando tra i partner esiste un differente livello gerarchico, possono nascere percezioni di favoritismi o ingiustizie. Ciò mina la fiducia, compromette la collaborazione e può deteriorare la cultura aziendale. Inoltre, le relazioni possono confondere i confini professionali, favorire la divulgazione di informazioni riservate o spingere a comportamenti contrari all’etica o alle politiche aziendali. Secondo un rapporto di Statistics Canada del 2024 , quasi la metà delle donne e quasi un terzo degli uomini affermano di aver subito comportamenti sessuali inappropriati sul lavoro. Cosa rischiano i singoli individui? Non tutte le storie finiscono come quella tra Michelle e Barack Obama, che si conobbero in uno studio legale di Chicago. Alcune relazioni, se concluse male, possono portare a danni di reputazione, carriere compromesse o addirittura accuse di molestie, con possibili licenziamenti. Perché molte coppie scelgono di nascondere la relazione? Il 45% dei lavoratori canadesi coinvolti in una relazione in ufficio preferisce non rivelarla, soprattutto ai dirigenti o alle risorse umane. Negli Stati Uniti, un’indagine della Society for Human Resource Management del 2023 ha mostrato che l’82% dei lavoratori ha mantenuto segreta la propria relazione. I motivi? Privacy, paura dei pettegolezzi o timore di ripercussioni professionali. Come gestire al meglio una storia d’amore in ufficio? Ecco cinque passi fondamentali: Rifletti sulle tue motivazioni. Chiediti se la relazione è coerente con i tuoi obiettivi personali e professionali. Conosci le regole. Leggi le politiche aziendali sulle relazioni tra colleghi per evitare malintesi. Sii trasparente. Se è richiesta la dichiarazione, meglio parlarne direttamente con HR o con il proprio responsabile. Stabilisci dei confini. Mantieni un comportamento professionale e chiarisci con il partner come gestire la relazione in ambito lavorativo. Pensa al futuro. Rifletti in anticipo su come gestire un’eventuale rottura per non compromettere la carriera. È possibile far convivere amore e lavoro? Sì, se affrontato con maturità, rispetto e chiarezza. Le relazioni nate in ufficio possono diventare storie solide e felici, a patto di mantenere trasparenza e professionalità. Amare qualcuno sul lavoro può essere una sfida, ma anche la dimostrazione che romanticismo e carriera possono coesistere armoniosamente. Come affrontare una rottura in ufficio? Le separazioni sul posto di lavoro sono psicologicamente delicate. È utile: Prendersi tempo per elaborare l’emozione senza reagire in modo impulsivo; Evitare discussioni o commenti in pubblico; Cercare sostegno in ambito personale, non professionale; Se necessario, richiedere una riallocazione di ruolo o team per tutelare il proprio equilibrio emotivo e quello dell’organizzazione. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Is it wrong to date a coworker? Immagine Foto di Tima Miroshnichenko: [...] Read more...
Ottobre 29, 2025Desiderio sessuale e differenze tra uomini gay ed eterosessuali Il desiderio sessuale è uno degli aspetti più complessi e affascinanti della sessualità umana. Fin dagli anni ’70, psicologi e sessuologi come Helen Kaplan (1978, 1979), Zilbergeld e Ellison (1980) e Leiblum e Rosen (1988) hanno cercato di definirlo e di comprenderne le dinamiche. La Kaplan lo descrisse come un “insieme di sensazioni che spingono l’individuo verso l’attività sessuale”; altri autori lo hanno inteso come una disposizione psicobiologica o un impulso che precede e sostiene l’eccitazione sessuale (Levine, 1987, 2002, 2003). Molti fattori influenzano il desiderio sessuale: età, salute, autostima, umore, livello di istruzione, e perfino la genitorialità (Ammar & Widmer, 2013; Beutel et al., 2007; Levine, 2002). Ma uno degli aspetti più interessanti riguarda le differenze individuali e di coppia: non sempre entrambi i partner desiderano la stessa frequenza o intensità di rapporti sessuali, e questa “discrepanza di desiderio sessuale” può diventare fonte di tensione, frustrazione o insoddisfazione nella relazione. C’è da chiedersi: questa discrepanza del desiderio sessuale, così comune fra le coppie eterosessuali, è presente anche nelle coppie gay? Per capirlo abbiamo sintetizzato un recente studio che affronta proprio questo argomento. Eccolo, qui di seguito. La discrepanza di desiderio sessuale è classificata come una disfunzione sessuale nel DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013)? No. Ciò non significa che non abbia conseguenze significative sulla vita di coppia. Che cos’è esattamente il “desiderio sessuale”? Il desiderio sessuale non è semplicemente la voglia di fare sesso. È una combinazione di fattori psicologici, biologici e sociali che motivano l’individuo a cercare un contatto sessuale. Può variare nel tempo, cambiare con l’età o con le circostanze personali, e non esiste un livello “normale” universalmente valido. Per Levine (2003), è una forza psico-biologica che precede l’eccitazione e favorisce il comportamento sessuale. In questo senso, il desiderio è un ponte tra mente, corpo e relazione. Che cosa si intende per “discrepanza di desiderio sessuale”? La discrepanza di desiderio si verifica quando i due partner di una coppia hanno livelli di desiderio diversi:  uno desidera rapporti più frequentemente dell’altro. Non è di per sé un problema: diventa tale solo se viene percepita come fonte di conflitto o frustrazione. Bridges e Horne (2007) distinguono infatti tra: discrepanza non problematica, quando le differenze non generano tensione e discrepanza problematica, quando le differenze causano disagio, litigi o distanza emotiva. Qual era l’obiettivo dello studio portoghese preso in esame? I ricercatori dell’Università del Minho volevano: Valutare i livelli di desiderio sessuale tra uomini eterosessuali e gay; analizzare l’impatto della discrepanza di desiderio sulla soddisfazione sessuale e relazionale; esplorare se questi effetti variassero in base all’orientamento sessuale. Quale era l’ipotesi dei ricercatori rispetto a uomini etero e gay? I ricercatori avevano ipotizzato che gli uomini gay avrebbero mostrato livelli di desiderio più elevati, ma che l’effetto della discrepanza sul benessere relazionale sarebbe stato simile in entrambi i gruppi. Come è stato condotto lo studio? L’analisi finale ha incluso 346 partecipanti (245 eterosessuali e 101 gay), tutti portoghesi, con un’età media di circa 29 anni. I partecipanti hanno compilato un questionario sociodemografico, una misura della discrepanza di desiderio sessuale (adattata da Bridges & Horne, 2007, la Sexual Desire Inventory-2 (SDI-2) per valutare il desiderio solitario e di coppia, Il Global Measure of Sexual Satisfaction (GMSEX) e il Global Measure of Relationship Satisfaction (GMREL) per misurare la soddisfazione sessuale e relazionale. Cosa è emerso riguardo al desiderio sessuale tra uomini gay ed eterosessuali? I risultati mostrano differenze significative: Gli uomini gay hanno riportato livelli più alti di desiderio sessuale, sia solitario (autoerotico) sia di coppia (verso il partner o verso una persona attraente). Gli eterosessuali hanno mostrato un desiderio complessivamente più moderato. Questi risultati sono coerenti con studi precedenti (Holmberg & Blair, 2009) e suggeriscono che gli uomini gay possono essere più motivati sessualmente, sia nel contatto di coppia che nell’attività individuale. Qual è la relazione tra discrepanza di desiderio e soddisfazione di coppia? È emerso che la percezione del problema è ciò che conta di più: gli uomini che non percepivano discrepanza erano i più soddisfatti a livello sessuale e relazionale, chi percepiva una discrepanza non problematica riportava livelli intermedi di soddisfazione, chi percepiva la discrepanza come problematica aveva i livelli più bassi di soddisfazione sessuale e di relazione. Questo pattern era identico sia per gli uomini gay che per quelli eterosessuali. Quali sono i limiti dello studio? Il campione era composto da uomini giovani e con alta istruzione, il che limita la generalizzabilità dei risultati. Inoltre, la ricerca è stata condotta online, quindi ha escluso chi non ha accesso a Internet e sono stati esclusi gli uomini bisessuali (solo 11 casi). Dr. Walter La Gatta Fonte principale Pereira, T. J., Machado, P. P. P., & Peixoto, M. M. (2019). Sexual and Relationship Satisfaction: The Role of Perceived (Non)problematic Sexual Desire Discrepancy in Gay and Heterosexual Men. Journal of Sex & Marital Therapy, 45(2), 103–113. https://doi.org/10.1080/0092623X.2018.1488323 Immagine Foto di Cole Keister [...] Read more...
Ottobre 13, 2025Sesso anale eterosessuale tra disinformazione e prevenzione Il sesso anale tra persone eterosessuali (HSAI – “heterosexual anal intercourse”) è una pratica documentata fin dalle antiche civiltà (McBride & Fortenberry, 2010), ma ancora oggi avvolta da un forte stigma sociale. Nell’immaginario comune è spesso considerata rara o “trasgressiva”, mentre gli studi mostrano una realtà molto diversa. Le ricerche internazionali indicano, infatti, che tra il 10% e il 33% delle donne eterosessuali ha avuto rapporti anali nell’ultimo anno (Gross et al., 2000; Hess et al., 2016; Voeller, 1991). Nonostante la diffusione crescente, l’informazione sanitaria su questa pratica resta scarsa e spesso inadeguata. Lo stigma, la mancanza di formazione e la difficoltà a parlarne apertamente riducono la possibilità di promuovere comportamenti sessuali più sicuri (Hatzenbuehler et al., 2013). Cerchiamo allora di colmare questa lacuna. Perché il sesso anale è ancora un argomento tabù? Molte persone, comprese quelle che lavorano in ambito sanitario, associano il sesso anale a comportamenti “non convenzionali”. Questo pregiudizio nasce da norme culturali e morali che definiscono ciò che è considerato “accettabile” nella sessualità. Quanto è diffuso il sesso anale tra le coppie eterosessuali? Contrariamente alle credenze diffuse, il sesso anale è una pratica piuttosto comune nelle coppie eterosessuali. Due studi condotti a distanza di vent’anni mostrano un aumento significativo: dal 9% nel 1993–1995 al 33% nel 2011–2015 (Habel et al., 2018). La pratica risulta più frequente tra i soggetti più giovani, tra chi ha più partner sessuali e tra coloro che tendono a sperimentare comportamenti sessuali considerati a rischio (Aral et al., 2005; Owen et al., 2015). Quali rischi comporta il sesso anale non protetto? Il rischio di trasmissione dell’HIV durante un rapporto anale non protetto è circa cinque volte superiore a quello di un rapporto vaginale (Baggaley et al., 2010, 2013; O’Leary et al., 2017). Anche altre infezioni sessualmente trasmissibili, come gonorrea, clamidia e papilloma virus umano (HPV), sono più facilmente trasmesse a causa della maggiore fragilità dei tessuti anali (D’Anna et al., 2015). Le microlesioni che possono verificarsi durante la penetrazione facilitano infatti l’ingresso di agenti patogeni. Perché molti pensano che sia un’attività a basso rischio? L’assenza di rischio di gravidanza porta molte persone a ritenere il sesso anale più sicuro (Woodman-Maynard et al., 2009). Inoltre, alcuni non lo considerano un “vero” rapporto sessuale (Leichliter et al., 2007; Sanders & Reinisch, 1999), mentre altri non conoscono le differenze di rischio tra le varie pratiche sessuali (Byers et al., 2009; McBride et al., 2017). Un’ulteriore variabile è la ridotta percezione del rischio di HIV dopo la diffusione delle terapie antiretrovirali (Satterwhite et al., 2007). Gli operatori sanitari affrontano adeguatamente l’argomento? Non sempre. Molti professionisti evitano di porre domande sul sesso anale per imbarazzo o per mancanza di formazione specifica (Dorsen & Van Devanter, 2016; Lloyd, 2018). Tuttavia, omettere queste domande può compromettere la diagnosi e la prevenzione: diverse infezioni rettali restano infatti non individuate se non vengono eseguiti test mirati (Gratix et al., 2015; Hunte et al., 2010; Javanbakht, 2012). Come si possono promuovere pratiche più sicure? La promozione della salute sessuale deve includere anche il sesso anale eterosessuale per fornire una “prevenzione centrata sulla persona”, adattata ai comportamenti sessuali riferiti. Secondo D’Anna et al. (2015), è utile promuovere l’uso del preservativo e del lubrificante specifico per il sesso anale, presentandoli non solo come strumenti di protezione, ma come mezzi per mantenere il piacere e l’intimità. In quest’ottica, Woodman-Maynard et al. (2009) sottolineano l’importanza di un approccio educativo che unisca prevenzione e benessere relazionale. Quali sono le principali lacune nella ricerca? La letteratura è ampia sul sesso anale nella popolazione MSM (maschi che fanno sesso con maschi) e tra le persone HIV positive, ma molto limitata per quanto riguarda la popolazione eterosessuale HIV-negativa (Halperin, 1999; Baggaley et al., 2010). Solo pochi studi si sono concentrati su strategie di prevenzione e promozione della salute per questa specifica popolazione. Fonte principale Stewart J, Douglas G, O’Rourke T, Gammel C. Promoting safer sex in the context of heterosexual anal intercourse: A scoping review. J Clin Nurs. 2021 Aug;30(15-16):2111-2130. doi: 10.1111/jocn.15628. Epub 2021 Jun 13. PMID: 33377555. Suggerimenti pratici per la prevenzione Usare sempre il preservativo Anche nel sesso anale eterosessuale, il preservativo è lo strumento principale di prevenzione. Riduce significativamente il rischio di HIV e di altre infezioni sessualmente trasmissibili. È importante sostituirlo se si passa da un rapporto anale a uno vaginale, per evitare il trasferimento di batteri. Scegliere il lubrificante giusto L’uso di un lubrificante a base d’acqua o di silicone riduce il rischio di lesioni. I lubrificanti a base oleosa non sono indicati perché danneggiano il lattice dei preservativi. Non improvvisare La comunicazione con la/del partner è fondamentale. È consigliabile procedere gradualmente, evitando forzature che possano causare dolore o traumi fisici. Eseguire controlli regolari Anche in assenza di sintomi, è utile eseguire periodicamente test per le infezioni sessualmente trasmissibili, specificando al/la professionista sanitario/a le pratiche abituali, così da ricevere un controllo mirato. Evitare comportamenti a rischio combinati L’uso di alcol o sostanze può ridurre la percezione del rischio e compromettere l’uso corretto del preservativo. È importante mantenere consapevolezza e lucidità durante i rapporti. Superare lo stigma attraverso l’informazione Parlare apertamente di sessualità con i professionisti della salute è una forma di prevenzione. Lo stigma e il silenzio aumentano la vulnerabilità, mentre la conoscenza consapevole favorisce scelte più sicure e soddisfacenti. Parlare di queste tematiche significa promuovere benessere, non solo prevenire malattie. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di Ron Lach [...] Read more...
Ottobre 13, 2025Feticismo del piede Fin dalla pubblicazione, nel 1886, dell’opera Psychopathia Sexualis di Richard von Krafft-Ebing, la ricerca scientifica ha cercato di comprendere le manifestazioni del desiderio erotico atipico, indagando fantasie e comportamenti sessuali non convenzionali. Tuttavia, gran parte di questi studi si è basata su questionari anonimi e autovalutazioni, che rischiano di non restituire un quadro realistico dei comportamenti effettivi. Un contributo interessante proviene invece dalle testimonianze dirette di persone che hanno lavorato nel mondo del sesso, come escort e performer, la cui esperienza offre una prospettiva empirica e sociologica unica. L’articolo da cui prende spunto questa analisi presenta il caso di una ex sex worker canadese, intervistata nel contesto di una valutazione psicologica, le cui osservazioni coincidono sorprendentemente con i dati di ricerca pubblicati da Scorolli et al. (2007) e Giannini et al. (1998). Cerchiamo di saperne di più. Perché studiare le preferenze erotiche dei consumatori di sesso può essere utile per la ricerca psicologica e sociologica? I comportamenti sessuali atipici forniscono importanti informazioni sui meccanismi di costruzione del desiderio e sulle influenze culturali e sociali che lo modulano. Le testimonianze di sex worker esperti permettono di osservare direttamente tendenze che spesso non emergono nei questionari, dove la vergogna o il desiderio di conformarsi possono alterare la sincerità delle risposte. Chi era la persona intervistata nello studio? Si trattava di una ex escort e stripper canadese, donna di elevata intelligenza (IQ >130), cresciuta in un contesto socioeconomico difficile. Dopo aver abbandonato la scuola, aveva ripreso gli studi grazie al reddito ottenuto nel lavoro di intrattenimento erotico. Durante la valutazione psicologica, ha descritto in modo dettagliato le richieste più comuni dei suoi clienti, osservate nel corso di circa vent’anni di attività. Quali erano i desideri o le richieste erotiche più frequenti riportate? La donna riferiva che la richiesta più comune era legata al feticismo del piede (podofilia): molti clienti chiedevano di toccare, baciare o semplicemente osservare i suoi piedi, oppure che indossasse scarpe particolari, come sandali con cinturini o tacchi molto alti. Al secondo posto vi erano le richieste di acquistare la biancheria intima usata, seguite da una minoranza che desiderava indumenti “modificati” da secrezioni corporee (urina o sudore). Questi dati coincidono con le ricerche scientifiche disponibili? Sì. Scorolli et al. (2007), analizzando dati provenienti da oltre 5.000 persone online, hanno riscontrato che il piede e gli oggetti associati al piede erano il bersaglio erotico più comune, nel 47% dei casi, seguiti da calzature (32%) e biancheria intima (12%). Le secrezioni corporee, come urina o sangue, comparivano nel 9% dei partecipanti. L’intervista alla sex worker, pur basata su un singolo caso, conferma la validità convergente di questi dati. Esiste una relazione tra la diffusione di certi feticismi e i periodi storici o le condizioni sanitarie? Giannini, Colapietro, Slaby, Melemis e Bowman (1998) hanno notato una correlazione tra l’aumento dei feticismi legati ai piedi e la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, in particolare durante l’epidemia di AIDS. La maggiore attenzione verso pratiche considerate “sicure” può aver spinto alcune persone a cercare modalità erotiche a basso rischio di contagio, come il contatto non genitale o la distanza fisica durante l’eccitazione. Cosa è esattamente il feticismo dei piedi? Il feticismo dei piedi (o podofilia) è un interesse sessuale in cui i piedi, o parti adiacenti come le dita, le scarpe, i calzini o le calze, suscitano eccitazione sessuale per una persona. La persona con feticismo dei piedi può eccitarsi anche per altri stimoli sessuali: i piedi possono essere una preferenza forte, ma non necessariamente esclusiva. Da cosa può derivare questa attrazione? Per alcuni, l’attrazione verso i piedi può derivare da esperienze dell’adolescenza o anche prima, dove i piedi erano presenti in un contesto sessuale o di forte carica emotiva, creando un’associazione tra piedi e eccitazione. Oppure può essere che certe esperienze di tocco, odore, vista abbiano avuto un significato particolare. Sono da prendere in considerazione anche aspetti culturali e simbolici: i piedi in molte culture sono spesso coperti, nascosti, associati all’igiene o alla pulizia, o considerati “tabù” in certe condizioni: questa idea del “nascosto” o “proibito” può farli diventare più attraenti in quanto stimolo erotico. Inoltre, elementi estetici (shape, smalto, cura, decorazioni, etc.) possono giocare un ruolo importante. Quando è considerato un “problema”? Avere un feticismo in sé non è patologico: diventa rilevante dal punto di vista clinico quando: causa disagio psicologico alla persona; interferisce significativamente con la vita sessuale, sociale o lavorativa; è necessario il coinvolgimento del feticismo per raggiungere l’eccitazione o l’orgasmo, al punto che non si riesce in altre forme. Cosa deve fare il terapeuta che si trova di fronte a queste condotte? ll terapeuta deve distinguere tra una variazione dell’erotismo umano e una condotta compulsiva o disfunzionale. Queste manifestazioni possono essere interpretate anche come forme simboliche di controllo, potere o sicurezza, in contesti in cui l’intimità fisica comporta rischi emotivi o sanitari. Fonte principale Cernovsky ZZ. Fetishistic Preferences of Clients as Ranked by a Sex Worker. J Sex Marital Ther. 2016 Aug 17;42(6):481-3. doi: 10.1080/0092623X.2015.1070779. Epub 2015 Jul 15. PMID: 26177692. Dr. Walter La Gatta Riflessioni e Prevenzione per chi ha il feticismo del piede Riconoscere i propri desideri Chiediti: quanto il mio interesse per i piedi influisce sul mio benessere o sulle mie relazioni? Mi crea disagio? Riflessione guidata: puoi tenere un diario delle fantasie o delle situazioni in cui il feticismo si manifesta, senza giudicarti. Stabilire limiti e consenso Ogni interazione erotica deve essere basata sul consenso esplicito. Il/la partner conosce le mie preferenze? Siamo entrambi a nostro agio con le pratiche proposte? Ridurre i rischi sanitari Utilizzare igiene adeguata: lavaggio dei piedi, calze pulite, preservativi o barriere quando necessario. Evitare comportamenti a rischio con secrezioni corporee non consensuali. Conclusione Le fantasie e le pratiche atipiche rappresentano non una devianza, ma un’espressione della complessità del desiderio umano. Qualora queste comportassero un disagio a chi le pratica o alla coppia, il suggerimento è quello di rivolgersi a un sessuologo. Immagine Foto di Cats Coming [...] Read more...
Ottobre 9, 2025Transgender e trattamento medico di affermazione di genere Negli ultimi anni, il tema della diversità di genere è diventato sempre più visibile e discusso. Per molte persone transgender, un aspetto centrale della vita è il trattamento medico di affermazione di genere (GAMT), che include terapie ormonali (GAHT) e interventi chirurgici (GAS) finalizzati ad allineare il corpo all’identità di genere percepita. Questi trattamenti possono migliorare il benessere generale e sessuale, ma non tutte le persone transgender desiderano o hanno accesso a tali cure. Cerchiamo di comprendere meglio questi aspetti. Cosa indica il termine “Transgender”? Il termine “transgender” indica persone la cui identità di genere non coincide, completamente o sempre, con il sesso assegnato alla nascita. Con quale genere sessuale si identificano le persone transgender? Molte si identificano come uomini o donne (“binary transgender”), mentre altre non rientrano nel binario tradizionale e si definiscono “non-binary” o utilizzano altre etichette come “agender” o “genderqueer”. Cosa significa l’acronimo GAMT (Gender-Affirming Medical Treatment)? GAMT indica tutti gli interventi medici e chirurgici volti a far corrispondere il corpo di una persona transgender alla propria identità di genere. Cosa significa l’acronimo GAHT (Gender-Affirming Hormone Therapy)? Si tratta della terapia ormonale di affermazione di genere. Comprende l’assunzione di ormoni per modificare le caratteristiche fisiche: Persone assegnate femmine alla nascita: testosterone, per mascolinizzare il corpo (ad esempio, sviluppo di peli corporei, cambiamento della voce). Persone assegnate maschi alla nascita: estrogeni e/o bloccanti androgenici, per femminilizzare il corpo (ad esempio, sviluppo del seno, riduzione dei peli corporei). Cosa significa l’acronimo GAS (Gender-Affirming Surgery)? GAS comprende tutte le operazioni chirurgiche che modificano caratteristiche sessuali primarie (genitali) o secondarie (seno, volto, corporatura) per allineare il corpo all’identità di genere della persona. Esempi: vaginoplastica, falloplastica, mastectomia, chirurgia di femminilizzazione del volto. In cosa consiste il trattamento medico di affermazione di genere (GAMT)? Il GAMT combina terapie ormonali e interventi chirurgici per ridurre l’incongruenza tra corpo e identità di genere. Ad esempio, le persone assegnate femmine alla nascita possono assumere testosterone, mentre quelle assegnate maschi possono assumere estrogeni e blocchi androgenici. Gli interventi chirurgici possono riguardare organi genitali o caratteristiche secondarie come seno e volto. Quali sono le motivazioni principali per desiderare il GAMT? Le motivazioni più comuni riguardano il desiderio di: Cambiare il corpo per sentirsi più maschili o femminili; Essere percepiti dagli altri secondo la propria identità di genere; Vivere meglio nel proprio corpo e sentirsi più a proprio agio socialmente. Motivi legati a pressioni sociali o desiderio di conformarsi al gruppo transgender sono molto rari. Tutte le persone transgender desiderano il trattamento medico di affermazione di genere? No. Non tutti lo desiderano. Alcune persone non sperimentano disagio significativo verso il proprio corpo, altre possono non voler sottoporsi a interventi chirurgici o ormonali, o incontrare ostacoli nell’accesso alle cure. Le persone “binary” spesso citano la paura di complicazioni mediche come principale motivo per non voler interventi chirurgici. Le persone “non-binary”, invece, indicano più spesso la propria identità fuori dal binario come motivo per non desiderare trattamento, perché molti interventi sono progettati per modificare caratteristiche maschili o femminili specifiche. Quali sono le principali differenze tra persone binary e non-binary riguardo ai trattamenti? Le persone binary transgender ricevono più spesso GAHT e GAS rispetto alle persone non-binary. Tuttavia, molte persone non-binary desiderano comunque alcuni interventi, come la mastectomia, per vivere meglio la propria identità o indossare abiti coerenti con il proprio genere. Qual è l’impatto del trattamento (o del desiderio non soddisfatto di trattamento) sul benessere sessuale? Chi ha un desiderio di trattamento non soddisfatto (“Unfulfilled TD”, o “Unfulfilled Treatment Desire) mostra livelli più bassi di soddisfazione generale e sessuale, più ansia e preoccupazioni legate al corpo, e maggiori discrepanze tra il sé sessuale reale e ideale. La depressione o, in questo caso, “gender dysphoria” può suggerire la necessità di un trattamento? No, la ricerca mostra che non ci sono differenze significative su depressione o “gender dysphoria”, suggerendo che il solo punteggio di “gender dysphoria” non indica da solo la necessità di trattamento. Il desiderio di migliorare la vita sessuale è un motivo importante per  richiedere il trattamento medico di affermazione di genere? Solo una minoranza indica il miglioramento della vita sessuale come motivazione principale. Per la maggior parte delle persone transgender, il GAMT è motivato dal bisogno di allineare corpo e identità di genere, più che dal desiderio sessuale. Cosa si può dire in conclusione? In conclusione si può dire che il desiderio di trattamento medico di affermazione di genere è complesso e varia da persona a persona.; non solo chi si identifica come binary, ma anche chi è non-binary può desiderare interventi, sebbene spesso affronti maggiori ostacoli. Non soddisfare questo desiderio può avere effetti negativi sul benessere generale e sessuale: è pertanto necessario sviluppare percorsi terapeutici e assistenziali inclusivi, flessibili e rispettosi della diversità di genere, tenendo conto che:  La motivazione principale per la richiesta di trattamento è l’affermazione della propria identità e la riduzione dell’incongruenza corporea; È importante rendere i trattamenti accessibili a tutti, rispettando l’identità individuale e offrendo percorsi personalizzati. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Kennis, M., Duecker, F., T’Sjoen, G., Sack, A. T., & Dewitte, M. (2022). Gender Affirming Medical Treatment Desire and Treatment Motives in Binary and Non-Binary Transgender Individuals. The Journal of Sexual Medicine, 19(7), 1173–1184. https://doi.org/10.1016/j.jsxm.2022.03.603 Immagine Foto di Alexander Grey [...] Read more...
Ottobre 6, 2025Sessualità femminile e trattamenti oncologici  Il tumore al seno è la neoplasia più comune a livello mondiale, con oltre due milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Grazie ai progressi delle cure, la sopravvivenza è aumentata, ma molte donne devono affrontare conseguenze fisiche, psicologiche e sessuali che incidono profondamente sulla qualità della vita. Tra queste, la disfunzione sessuale femminile (FSD) è particolarmente frequente, con studi che riportano una prevalenza fino all’86% nelle pazienti trattate con terapie endocrine. Perché la sessualità è così spesso compromessa dopo una diagnosi di tumore? Le terapie oncologiche (chirurgia, radioterapia, chemioterapia e trattamenti endocrini) modificano l’equilibrio ormonale e incidono su desiderio, eccitazione, lubrificazione e orgasmo. A ciò si aggiungono i cambiamenti dell’immagine corporea, la fatica cronica e la paura di recidiva, che contribuiscono a una riduzione della soddisfazione sessuale. Quali sono i sintomi più comuni di disfunzione sessuale? Le difficoltà più riportate sono: calo del desiderio, ridotta eccitazione, scarsa lubrificazione vaginale, dolore nei rapporti (dispareunia), difficoltà a raggiungere l’orgasmo. Molte pazienti presentano più di un sintomo contemporaneamente, con conseguenze sulla vita di coppia e sulla percezione di sé. Quanto è diffusa la disfunzione sessuale nelle pazienti oncologiche? Le percentuali riportate in letteratura variano. Ecco qualche esempio: 73% secondo una meta-analisi internazionale, 55% in uno studio turco, oltre 80% nelle prime fasi di terapia endocrina, fino all’86% nelle pazienti sessualmente attive trattate con terapie endocrine. Quali fattori aumentano il rischio di difficoltà sessuali? Sono stati individuati i seguenti fattori: età ≤ 45 anni, stato menopausale, uso di agonisti LHRH e terapie endocrine adiuvanti, dissezione ascellare (intervento più invasivo), reddito più alto (probabilmente legato a maggiore consapevolezza e aspettative), presenza di sintomi depressivi. Che ruolo ha la depressione? La depressione colpisce fino al 30% delle pazienti con tumore al seno ed è fortemente associata a disfunzione sessuale. Le donne con sintomi depressivi hanno un rischio 3,3 volte maggiore di sviluppare difficoltà sessuali, con correlazioni negative in particolare con desiderio, lubrificazione e orgasmo. Come incidono i diversi trattamenti? Terapie endocrine: fondamentali per ridurre il rischio di recidiva, ma responsabili di secchezza vaginale, dispareunia e riduzione della libido. In alcuni studi fino al 74% delle donne ha riportato problemi di lubrificazione e oltre il 50% dolore nei rapporti. Chemioterapia: provoca affaticamento, nausea e neuropatie. Tuttavia, chi riesce a mantenere una certa attività sessuale durante i trattamenti riferisce, a distanza di un anno, livelli più alti di desiderio, eccitazione e soddisfazione sessuale. Chirurgia: procedure più invasive, come la dissezione ascellare, sono associate a maggiori difficoltà sessuali, sia per i limiti fisici (rischio di linfedema, ridotta mobilità) sia per l’impatto sull’immagine corporea. Ci sono differenze in base all’età e allo stato menopausale? Le donne giovani riportano punteggi più alti di desiderio ma anche maggiore vulnerabilità alla disfunzione sessuale, probabilmente per l’impatto psicologico della malattia in una fase in cui la sessualità è particolarmente centrale.  Le donne in pre- o peri-menopausa riferiscono una soddisfazione sessuale più alta rispetto a quelle in menopausa. Perché alcune donne diventano sessualmente inattive dopo la malattia? Tra il 30% e il 60% delle sopravvissute dichiara di non essere più sessualmente attiva. Le motivazioni principali variano: nelle sopravvissute a tumori ginecologici prevalgono i problemi fisici (dolore, secchezza, cambiamenti corporei), mentre nelle donne in menopausa senza storia oncologica la ragione più frequente è la mancanza di un partner. Quali conseguenze psicologiche ha l’interruzione della sessualità? L’assenza di rapporti è spesso associata a sensazioni di perdita della femminilità, ridotta attrattiva percepita e sintomi depressivi. Non si tratta quindi solo di attività sessuale ridotta, ma di un vissuto emotivo che può amplificare la sofferenza psicologica e relazionale. Restare sessualmente attive è sempre un vantaggio? Non necessariamente. Alcune donne sperimentano frustrazione per i cambiamenti nella lubrificazione o nella capacità orgasmica. Tuttavia, dal punto di vista fisico, l’attività sessuale favorisce il flusso sanguigno e la lubrificazione, riducendo il rischio che i rapporti futuri diventino dolorosi. E se una donna non si sente pronta a riprendere i rapporti? È fondamentale rispettare tempi e desideri individuali. L’attività sessuale non è l’unica via: dilatatori, lubrificanti e idratanti vaginali possono aiutare a mantenere la salute dei tessuti. L’importante è che le pazienti siano informate di queste opzioni. Perché le difficoltà sessuali sono spesso trascurate? Molte donne riferiscono che nessuno ha discusso con loro dei rischi sessuali prima o durante i trattamenti oncologici. Questa mancanza di informazione riduce la capacità di affrontare i cambiamenti e influisce sull’autostima sessuale. Cosa dovrebbero fare medici e sessuologi? I suggerimenti che vengono dalla ricerca sono i seguenti: Normalizzare il tema della sessualità in oncologi Fornire informazioni chiare sulla sicurezza dei rapporti durante i trattamenti. Offrire strumenti pratici (lubrificanti, dilatatori, supporto psicologico). Coinvolgere, quando possibile, anche il/la partner nel percorso di adattamento. Quali strategie possono migliorare la qualità della vita sessuale? Questi sono i rimedi che emergono dalla ricerca: Discussione precoce dei possibili effetti collaterali. Uso di prodotti per la salute vaginale. Supporto psicologico mirato per ansia e depressione. Interventi riabilitativi o adattamenti della terapia, quando possibile. Promozione della comunicazione di coppia. Cosa si può dire, in conclusione? Si può dire che la sessualità dopo un tumore al seno o ginecologico va considerato come un aspetto complesso e personale, spesso compromesso dai trattamenti oncologici. La donna che mantiene una  certa attività sessuale può favorire il suo benessere psicologico e fisico, ma non deve sentirlo come un obbligo. È fondamentale che la salute sessuale venga integrata nella cura oncologica, con ascolto, rispetto e strumenti adeguati per accompagnare le pazienti nel loro percorso di vita. Dr. Walter La Gatta Fonti Principali Carpenter, K. M., Conroy, K., Black, L. L., Salani, R., & Lustberg, M. (2025). The relationship between sexual activity during chemotherapy and sexual functioning after treatment among females with breast and gynecologic cancer. Supportive Care in Cancer, 33(9), 818. https://doi.org/10.1007/s00520-025-09858-z Sexual Dysfunction in Breast Cancer Survivors: The Role of Clinical, Hormonal, and Psychosocial Factors. (s.d.). Recuperato 1 ottobre 2025, da https://www.mdpi.com/2227-9032/13/16/2061 Immagine Foto di Miguel Á. Padriñán [...] Read more...
Ottobre 5, 2025Le persone asessuali: saperne di più Negli ultimi trent’anni, un numero crescente di persone si è identificato come “asessuale”, riconoscendo un’assenza di attrazione sessuale verso individui di qualsiasi genere (Bogaert, 2004; Carrigan, 2011; Scherrer, 2008). Questa condizione, distinta dall’allosessualità, ha suscitato l’interesse di ricercatori e clinici perché mette in discussione l’assunto che il desiderio sessuale sia un bisogno umano universale (Brotto & Yule, 2017; Nimbi et al., 2020a, b). L’asessualità non è un disturbo, ma viene oggi sempre più riconosciuta come un orientamento sessuale o come un’identità che si colloca all’interno dello spettro ACE (asessuali, demisessuali, gray-asessuali, questioning). All’interno di questo spettro esiste un’ampia diversità di esperienze, fantasie ed espressioni sessuali, che la ricerca sta progressivamente esplorando per favorire una maggiore comprensione clinica e sociale. Cerchiamo di saperne di più. Che cosa significa essere asessuale? Essere asessuale significa non provare attrazione sessuale verso alcun genere. Tuttavia, ciò non implica automaticamente l’assenza di desiderio, di fantasie o di comportamenti sessuali. Alcune persone asessuali possono essere interessate a esperienze sessuali, mentre altre si definiscono neutrali o disinteressate (Bogaert, 2006; Nimbi et al., 2020a). Qual è la differenza tra asessuali e allosessuali? Gli allosessuali provano attrazione sessuale verso una o più identità di genere. Gli asessuali, invece, non sperimentano questa attrazione, pur potendo avere esperienze di desiderio sessuale di tipo individuale, come la masturbazione o le fantasie erotiche (Bogaert, 2012a). Che cos’è lo spettro ACE? Lo spettro ACE include varie identità correlate: – Demisessuali, che provano attrazione solo dopo un forte legame emotivo. – Gray-asessuali, che provano attrazione raramente o in circostanze specifiche. – Questioning, persone che stanno esplorando la propria identità sessuale senza una definizione stabile. Secondo l’Ace Community Survey (Hermann et al., 2020), il 67,3% si identifica come asessuale, l’8,8% come demisessuale, il 10,5% come gray-asessuale e l’11,2% come questioning. Le persone asessuali hanno desiderio sessuale e fantasie erotiche? Sì, ma con modalità variabili. Molte persone ACE riportano fantasie, spesso diverse da quelle degli allosessuali: possono coinvolgere scenari senza partner, figure senza volto o personaggi di fantasia (Yule et al., 2017; Sloan, 2015). Anche le pratiche autoerotiche, come la masturbazione, sono comuni, mentre il desiderio di attività sessuali di coppia è meno frequente rispetto agli altri orientamenti (Nimbi et al., 2020b). Come si collocano le persone demisessuali e gray-asessuali rispetto al desiderio? I demisessuali riportano i livelli più alti di desiderio tra i gruppi ACE, legato soprattutto alla dimensione affettiva e relazionale. I gray-asessuali si collocano in una “zona intermedia”, con esperienze meno definite e più fluide. Gli asessuali tendono ad avere i livelli più bassi di desiderio diadico (verso altre persone) (Copulsky & Hammack, 2023). Essere asessuali significa non avere relazioni sentimentali? No. Le persone asessuali possono avere relazioni affettive, romantiche e profonde. Mitchell e Hunnicutt (2019) hanno mostrato che molti individui ACE hanno avuto esperienze relazionali e di intimità emotiva, anche in assenza di attrazione sessuale. Ci sono stereotipi comuni sull’asessualità? Sì. Tra i più comuni vi è l’idea che gli asessuali siano “freddi” o “ostili” verso il sesso, o che non provino desiderio in assoluto. Gli studi dimostrano invece una grande variabilità di esperienze, con posizioni che vanno dal sex-positive (apertura alla sessualità) al sex-negative (avversione), fino a posizioni neutre (Carrigan, 2011; Doremus et al., 2023). Quali implicazioni ci sono per la clinica psicologica e sessuologica? I clinici devono evitare di patologizzare l’asessualità, distinguendola dai disturbi del desiderio sessuale, che richiedono la presenza di disagio personale (APA, 2013; WHO, 2019). Un approccio sex-positive aiuta a valorizzare la diversità, evitando giudizi e favorendo la comprensione delle differenti identità (Nimbi et al., 2021). Quali sono le direzioni future della ricerca? Sono necessari studi qualitativi e quantitativi che esplorino meglio le differenze tra identità ACE, in particolare per i gray-asessuali e i questioning, oltre a una maggiore inclusione di persone di diverse età, generi e background culturali. Questo permetterà di comprendere meglio la complessità dell’esperienza asessuale e le sue implicazioni relazionali e psicologiche. Dr. Walter La Gatta Fonte principale: Nimbi, F. M., Appia, C., Tanzilli, A., Giovanardi, G., & Lingiardi, V. (2024). Deepening Sexual Desire and Erotic Fantasies Research in the ACE Spectrum: Comparing the Experiences of Asexual, Demisexual, Gray-Asexual, and Questioning People. Archives of Sexual Behavior, 53(3), 1031–1045. https://doi.org/10.1007/s10508-023-02784-3 Immagine Foto di RDNE Stock project [...] Read more...
Ottobre 2, 2025Giovani e Desiderio Sessuale Negli ultimi anni, diversi studi e articoli di divulgazione scientifica hanno evidenziato un fenomeno preoccupante tra i giovani: il calo del desiderio e dell’attività sessuale. Nel 2018, The Atlantic ha pubblicato un articolo di Julian, coniando il termine “The Sex Recession”, per descrivere il trend secondo cui i giovani contemporanei iniziano la loro vita sessuale più tardi e praticano meno attività sessuale rispetto alle generazioni precedenti (Julian, 2018). Questo fenomeno in realtà sembra contraddire l’opinione pubblica, secondo cui le nuove generazioni sarebbero sessualmente più attive grazie alla maggiore accessibilità di pornografia e app di dating. I dati a supporto di questa tendenza provengono da diverse fonti scientifiche. Secondo il Youth Risk Behavior Survey dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC, 2021), tra gli adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni, la percentuale di coloro che avevano avuto rapporti sessuali è diminuita dal 54,1% nel 1991 al 38,4% nel 2019. Questo calo progressivo mostra come una parte crescente dei giovani stia posticipando l’inizio della propria vita sessuale. Una tendenza simile era già stata identificata da Twenge et al. (2017), che confrontarono i giovani adulti nati negli anni ’80 e ’90 (Millennials e iGen) con quelli della generazione precedente (GenX). I risultati indicavano che i Millennial e i membri della iGen erano meno sessualmente attivi rispetto ai loro predecessori. Secondo gli autori, fattori sociali, culturali e tecnologici possono contribuire a questo fenomeno. Tra questi potrebbero giocare un ruolo significativo l’aumento dell’uso dei social media, la maggiore pressione educativa, le preoccupazioni economiche e la diffusione di norme culturali più conservative o incentrate sulla protezione personale . Parallelamente, studi recenti hanno evidenziato come il calo dell’attività sessuale sia accompagnato da una diminuzione del desiderio sessuale tra i giovani. In uno studio condotto su giovani adulti, il 17,2% delle ragazze e il 5,7% dei ragazzi hanno riportato un basso desiderio sessuale (Barrense-Dias et al., 2018). Questi dati suggeriscono che il fenomeno non riguarda soltanto la frequenza dei rapporti sessuali, ma anche l’interesse verso le attività sessuali in generale. Tra le possibili spiegazioni, vi sono la crescente insoddisfazione della vita sociale, la mancanza di relazioni stabili, esperienze sessuali non desiderate e percezioni negative del proprio corpo. Va detto comunque che questo declino del desiderio e dell’attività sessuale non implica necessariamente un disturbo sessuale clinico. Il basso desiderio può essere transitorio o non problematico per chi lo sperimenta e non deve essere confuso con l’Hypoactive Sexual Desire Disorder (HSDD), che implica un disagio personale significativo (Hinderliter, 2013). Inoltre, va distinto dall’asessualità, che rappresenta una variazione normale della sessualità umana. Perché è importante comprendere questo fenomeno? La comprensione di questo fenomeno è importante per più ragioni. In primo luogo, permette di smontare stereotipi secondo cui i giovani, specialmente i maschi, avrebbero sempre un alto desiderio sessuale. In secondo luogo, sottolinea la necessità di promuovere l’educazione sessuale, il rispetto dei limiti e la cultura del consenso fin dall’adolescenza. Infine, apre la strada a ulteriori studi per comprendere i fattori sociali, psicologici e relazionali che influenzano il desiderio sessuale, contribuendo a una migliore salute sessuale e relazionale delle nuove generazioni. Quali fattori, secondo le ricerche scientifiche, influenzano maggiormente il desiderio sessuale nei giovani adulti? Il desiderio sessuale nei giovani adulti può essere influenzato da: fattori sociodemografici (Ammar et al., 2014)  salute generale e mentale (WHO, 2010) immagine corporea (Dosch et al., 2016a) sessualità adolescenziale (Boislard et al., 2016) stato relazionale (Dawson & Chivers, 2014) soddisfazione sessuale (Dosch et al., 2016b) pratiche sessuali come la masturbazione (Krejčová et al., 2017) esperienze sessuali non desiderate nel corso della vita (Maseroli et al., 2018; Turchik & Hassija, 2014). Esistono differenze di genere nel desiderio sessuale fra i giovani adulti? Sì. Le ragazze hanno una maggiore probabilità di riportare un basso desiderio sessuale rispetto ai ragazzi (17.2% vs 5.7%) (Dawson & Chivers, 2014; Nimbi et al., 2020a). Tuttavia, anche i ragazzi possono sperimentare un desiderio sessuale basso o assente. Quali sono le caratteristiche dei giovani adulti con basso desiderio sessuale? Ragazze: E’ più probabile che vivano con i genitori e siano insoddisfatte della vita sociale. Sono meno propense a consumare pornografia, avere relazioni attuali, avere molti partner sessuali e a essere soddisfatte della propria vita sessuale. Hanno maggiori probabilità di aver accettato rapporti sessuali senza desiderarli. Hanno una peggiore salute generale e psicologica e una percezione negativa del proprio corpo. Ragazzi: Sono insoddisfatti della loro vita sociale. Hanno maggiori probabilità di attrazione non eterosessuale, fanno minore consumo di pornografia, assenza di relazioni attuali, meno partner sessuali e insoddisfazione sessuale. Maggiori probabilità di aver accettato rapporti sessuali senza desiderarli. Peggiore salute generale e psicologica, ma nessuna differenza significativa sull’immagine corporea. Il tipo di relazione influisce sul desiderio sessuale di questi giovani? Sì. Tra le ragazze, quelle in relazioni stabili avevano più probabilità di avere scarso desiderio sessuale rispetto a quelle con relazioni occasionali. Tra i ragazzi non è stato osservato lo stesso trend. E’ stato ipotizzato che la durata della relazione e il carico di responsabilità possano influenzare il desiderio femminile (Mark & Lasslo, 2018). Esiste un legame tra desiderio sessuale e pornografia? I risultati sono contrastanti. Alcuni studi mostrano una correlazione positiva, altri negativa. In genere, le ragazze con basso desiderio tendono a non consumare pornografia. Come influiscono le esperienze sessuali non desiderate? Accettare rapporti sessuali senza volerli può portare a scarso desiderio sessuale in entrambi i generi. I rapporti sessuali possono essere stati accettati a causa di pressioni sociali ricevute o dal desiderio di soddisfare il/la partner (Barrense-Dias et al., 2018; Turchik & Hassija, 2014). Dr. Walter La Gatta Fonte Principale: Chok, L., Suris, J.-C., & Barrense-Dias, Y. (2024). Characteristics of Young People Reporting a Low Sexual Desire in Switzerland. Sexuality & Culture, 28(3), 1152–1169. https://doi.org/10.1007/s12119-023-10171-2 Immagine Foto di Mikhail Nilov [...] Read more...
Settembre 25, 2025Desiderio sessuale: dinamiche psicologiche, relazionali e culturali Introduzione al desiderio sessuale umano Il desiderio sessuale è una dimensione complessa dell’esperienza umana, influenzata da fattori biologici, psicologici, relazionali e culturali. Comprenderlo significa esplorare il modo in cui corpo e mente interagiscono, come le relazioni affettive ne modulano l’intensità e come la società contribuisce a definirne i contorni. Perché studiare il desiderio sessuale? Comprendere il funzionamento umano Studiare come nasce, si sviluppa e si modifica nel tempo il desiderio sessuale aiuta a cogliere la ricchezza della vita psichica e relazionale. Poiché il desiderio è strettamente connesso ad autostima, immagine corporea e salute mentale, analizzarlo significa anche offrire strumenti per migliorare la qualità di vita delle persone. Supportare le relazioni di coppia La sexual desire discrepancy (discrepanza del desiderio sessuale) è una delle cause più frequenti di conflitto nella coppia. Conoscerne le dinamiche permette di favorire una comunicazione più efficace, di gestire le differenze senza giudizio e di rafforzare il legame affettivo. Contrastare stereotipi e tabù culturali Il desiderio sessuale è spesso influenzato da norme sociali, ruoli di genere, moralismi e pregiudizi. Un approccio scientifico aiuta a superare visioni riduttive, promuovendo un concetto di sessualità più inclusivo, rispettoso e informato. Guidare interventi educativi e di prevenzione Conoscere i meccanismi del desiderio è indispensabile per sviluppare programmi di educazione sessuale basati su evidenze, che favoriscano consenso, rispetto e benessere sessuale fin dall’adolescenza. Definizioni di desiderio sessuale Diversi autori hanno contribuito a definirlo, sottolineandone le sfaccettature: Regan e Berscheid (1999): “Uno stato psicologico in cui l’individuo è consapevole di voler raggiungere un obiettivo sessuale attualmente irraggiungibile”. Spector et al. (1996): “L’interesse verso l’attività sessuale, da soli o in coppia, quantificato dai pensieri che motivano la ricerca di opportunità sessuali”. Levine (2003): “La somma delle forze che ci spingono o ci allontanano dal comportamento sessuale”. Levine (2003) e Pfaus (2009): “Una componente trainante della vita e della fantasia erotica”. In sintesi, il desiderio è un impulso psicologico e fisiologico che orienta l’essere umano verso l’attività sessuale. Fattori che attivano il desiderio sessuale (Leiblum & Rosen, 1988) Segnali interni: ormoni (testosterone, estrogeni, dopamina), fantasie erotiche, benessere psicofisico, ricordi sensoriali, ciclo mestruale. Segnali esterni: stimoli visivi, tattili, olfattivi, atmosfera favorevole, dinamiche relazionali ed erotiche. Le ricerche mostrano che gli ambienti positivi e le esperienze consensuali facilitano il desiderio (Peterson & Janssen, 2007). Le fantasie sessuali, pur importanti, risultano meno potenti di stimoli ambientali reali (Heiman, 1980; Laan et al., 1995). Aspetti fisiologici e neurobiologici del desiderio Ormoni: il testosterone è l’ormone chiave, presente in entrambi i sessi. Estrogeni e progesterone modulano il desiderio femminile in base al ciclo mestruale. Neurotrasmettitori: Dopamina: favorisce desiderio e motivazione sessuale (più rapida negli uomini a stimoli visivi, più influenzata dal contesto nelle donne). Serotonina: livelli alti riducono il desiderio, livelli bassi lo aumentano. Gli SSRI possono ridurre la libido. Ossitocina: promuove intimità, fiducia e coesione di coppia. Vasopressina: negli uomini favorisce motivazione sessuale e stabilità di coppia; nelle donne è più connessa all’attaccamento. Cortisolo: lo stress cronico inibisce il desiderio. Prolattina: aumenta dopo l’orgasmo, modulando la fase refrattaria. Il cervello, attraverso i circuiti limbici e la corteccia prefrontale, integra segnali biologici, emotivi e relazionali, regolando l’esperienza del desiderio. Aspetti psicologici, sociali e culturali Relazionali: qualità della comunicazione, intimità, soddisfazione di coppia, ma anche pressioni di genere e stress familiare/lavorativo. Sociali e culturali: norme morali, religione, stereotipi, media e pornografia. La pornografia può avere effetti positivi (sex positive) se integrata in modo consensuale, ma può anche generare aspettative irrealistiche, problemi di intimità o dipendenza. Anche i social media, se usati in eccesso, possono incidere negativamente sulla sessualità. Desiderio solitario e diadico Desiderio solitario: orientato a comportamenti sessuali individuali (Spector et al., 1996). Desiderio diadico: orientato verso un’altra persona, che può essere il/la partner o un’altra persona attraente. Il desiderio non è necessariamente esclusivo: si può provare attrazione per più individui senza che ciò comprometta relazioni affettive consolidate (es. non monogamia etica). Differenza tra desiderio, eccitazione e comportamento Desiderio: impulso mentale ed emotivo. Eccitazione: risposta fisiologica. Comportamento: azione sessuale concreta. Modelli classici e recenti: Masters & Johnson (1966): ciclo lineare in 4 fasi (eccitazione, plateau, orgasmo, risoluzione). Kaplan (1977): aggiunge la fase di desiderio. Modelli recenti (Laan & Both, 2008; Toates, 2009, Basson 2000): il desiderio può emergere dopo l’eccitazione, in modo responsivo. Orgasmo e risoluzione Nell’uomo e nella donna l’orgasmo comporta contrazioni muscolari, modificazioni cerebrali e sensazioni di piacere intenso. La fase successiva, detta di risoluzione, riporta gradualmente il corpo alla normalità. Nelle donne è possibile sperimentare orgasmi multipli; negli uomini è presente un periodo refrattario. Desiderio sessuale nelle età della vita Menopausa: calo estrogenico con secchezza vaginale, dolore, diminuzione del desiderio. Possibili interventi: terapie ormonali, lubrificanti, counseling psicologico. Andropausa: calo graduale del testosterone, minore frequenza erettiva, calo del desiderio. Strategie: attività fisica, interventi medici e supporto sessuologico. Clinica e diagnosi Importanza di un colloquio aperto, non giudicante. Utilizzo di questionari standardizzati: SIDI-F (Clayton, 2006): valutazione del disturbo da desiderio sessuale ipoattivo femminile. FSFI (Rosen, 2000): misura multidimensionale della funzione sessuale femminile. SDI-2: esplora desiderio solitario e diadico. DSM-5: criteri per disfunzioni sessuali includono sintomi persistenti ≥ 6 mesi, frequenza elevata, sofferenza clinica significativa e non spiegati da altre condizioni. Miti e realtà sul desiderio Mito: deve essere sempre forte e costante. Realtà: varia nel tempo, influenzato da fattori biologici, psicologici e sociali. Mito: è solo una questione fisica. Realtà: coinvolge corpo, mente e relazioni. Il diritto alla sessualità L’OMS (2010) e la World Association for Sexual Health (2014) riconoscono il diritto di tutte le persone a vivere una sessualità soddisfacente, sicura e piacevole, come parte integrante della salute globale e della qualità della vita. Conclusioni Il desiderio sessuale è un fenomeno multidimensionale, che non può essere compreso pienamente se separato dal contesto relazionale, sociale e culturale. La sua comprensione permette di migliorare la salute individuale, rafforzare le relazioni di coppia e promuovere una società più libera e consapevole. Dr. Walter La Gatta Immagine Foto di Katie Salerno [...] Read more...
Settembre 23, 2025Bere acqua per ridurre l’ansia L’ansia è una reazione naturale del corpo, spesso utile in situazioni che richiedono attenzione e vigilanza. Tuttavia, quando diventa persistente o intensa, può produrre una serie di sintomi fisici e psicologici: tensione muscolare, tachicardia, difficoltà di concentrazione, respiro affannoso e una generale sensazione di allerta. Un aspetto meno considerato, ma fondamentale, riguarda la connessione tra idratazione e regolazione dell’ansia. Il ruolo dell’idratazione nel benessere psicologico Il cervello è composto per circa il 75% da acqua, e il corretto equilibrio idrico è indispensabile per il suo funzionamento. Anche una lieve disidratazione può influenzare l’umore, aumentando irritabilità e percezione di stress. Diversi studi hanno mostrato che chi consuma una quantità adeguata di acqua durante la giornata tende a riferire livelli più bassi di ansia e tensione rispetto a chi beve poco. Perché bere aiuta quando si è in ansia? Bere acqua non è solo un atto fisiologico, ma anche un piccolo rituale che può interrompere il circolo dell’ansia. I benefici si possono osservare su più livelli: Regolazione fisiologica: introdurre liquidi favorisce un miglior equilibrio elettrolitico e contribuisce al buon funzionamento del sistema nervoso. Effetto calmante: il gesto stesso di bere lentamente può avere un impatto simile a una micro-pausa di consapevolezza, interrompendo il flusso di pensieri ansiogeni. Supporto respiratorio: mantenere la bocca e la gola idratate aiuta a contrastare la sensazione di “fiato corto” tipica degli stati ansiosi. Segnale corporeo positivo: ascoltare un bisogno primario e rispondervi favorisce un senso di controllo e di cura verso sé stessi, elementi spesso compromessi in situazioni di ansia. È vero che la disidratazione può aumentare lo stress? Sì. Un recente studio condotto dalla Liverpool John Moores University (LJMU) ha dimostrato che chi beve meno di 1,5 litri di liquidi al giorno presenta una risposta allo stress con livelli di cortisolo superiori di oltre il 50% rispetto a chi segue le raccomandazioni sull’idratazione (2 litri per le donne, 2,5 litri per gli uomini). Che cos’è il cortisolo e perché è importante? Il cortisolo è il principale ormone dello stress. Una sua produzione eccessiva o una reattività troppo alta agli stimoli stressanti sono associate a un aumento del rischio di malattie croniche come cardiopatie, diabete e depressione. La disidratazione fa sentire automaticamente più assetati? Non necessariamente. Lo studio ha rilevato che i partecipanti meno idratati non riportavano una maggiore sensazione di sete rispetto agli altri. Tuttavia, mostravano urine più scure e concentrazione elevata, segni chiari di disidratazione. Questo indica che il corpo può essere sotto stress anche senza segnali evidenti di sete. In che modo la disidratazione influenza il cervello e lo stress? Quando l’organismo percepisce una carenza di liquidi, rilascia vasopressina, un ormone che aiuta i reni a trattenere acqua. Ma la vasopressina agisce anche sull’ipotalamo, la parte del cervello che regola la risposta allo stress, aumentando indirettamente il rilascio di cortisolo. Quali sono le conseguenze a lungo termine di una scarsa idratazione? Un’eccessiva reattività del cortisolo allo stress, se mantenuta nel tempo, può contribuire a una cattiva salute generale e a un maggiore rischio di sviluppare patologie croniche. Come verificare se si è ben idratati? Un modo pratico è osservare il colore delle urine: un giallo chiaro di solito indica una buona idratazione, mentre un colore più scuro suggerisce la necessità di bere di più. Acqua, tè o tisane? Sebbene l’acqua resti la scelta più immediata e neutra, anche tisane rilassanti possono avere un effetto positivo, soprattutto se associate a piante con proprietà calmanti come camomilla, melissa o passiflora. È invece consigliabile limitare il consumo di bevande contenenti caffeina, che possono intensificare agitazione e insonnia. Cosa fare in pratica per proteggersi? Un gesto semplice come tenere una bottiglia d’acqua a portata di mano può aiutare. Bere regolarmente nel corso della giornata sostiene il corpo nel mantenere l’equilibrio idrico e riduce la vulnerabilità agli effetti negativi dello stress. In psicologia clinica si sottolinea l’importanza di “strategie semplici e immediate” per ridurre l’impatto dei sintomi ansiosi. Bere un bicchiere d’acqua può diventare una di queste: un’azione che richiede pochi secondi, accessibile quasi ovunque, e che unisce beneficio fisico e simbolico. In questo senso, bere non è solo una necessità biologica, ma un atto di “grounding”, cioè un modo per riportare l’attenzione al corpo e al momento presente. Dr. Walter La Gatta Fonte principale Daniel S. Kashi, Marianne Hunter, Jason P. Edwards, Juliane Zemdegs, Jennifer Lourenço, Anne-Cécile Mille, Erica T. Perrier, Alberto Dolci, Neil P. Walsh. Habitual fluid intake and hydration status influence cortisol reactivity to acute psychosocial stress. Journal of Applied Physiology, 2025; 139 (3): 698 DOI: 10.1152/japplphysiol.00408.2025 Immagine Foto di Adrienn [...] Read more...
Settembre 7, 2025L’Età anziana nella preistoria e l’ageismo di oggi Oggi l’invecchiamento è spesso accompagnato da stereotipi e discriminazioni, tanto da essere riconosciuto dall’OMS come un problema sociale e sanitario. Ma non è sempre stato così. Nella preistoria, ad esempio, sopravvivere oltre i 40 anni era già un traguardo, e le persone anziane, insieme a chi presentava disabilità o ferite gravi, non erano emarginate: la loro presenza era invece considerata preziosa per la memoria collettiva e per la trasmissione di conoscenze. Cerchiamo di saperne di più. Che cos’è l’ageismo e perché se ne parla oggi? Secondo l’International Center on Ageing, il 40% dei disoccupati over 50 dichiara di aver subito discriminazioni basate sull’età. L’OMS segnala che una persona su cinque oltre i 50 anni ha vissuto episodi simili in ambito sanitario.  Il termine “ageismo” sta diventando sempre più comune, per indicare le discriminazioni sociali rivolte alle persone anziane. Si tratta di una discriminazione benevola che infantilizza le persone anziane e le priva della loro autonomia e della loro voce, anche quando le intenzioni sono buone. Questa situazione porta a una minore autostima, al rifiuto e all’invisibilità sociale. Tuttavia, tutto ciò fa parte di un costrutto culturale recente. Che impatto ha l’ageismo sulla salute mentale degli anziani? L’ageismo è associato a peggiori condizioni psicologiche, tra cui depressione e ansia. Gli anziani con maggiore benessere psicologico, per esempio le persone ottimiste sull’invecchiare, sicure del proprio corpo e flessibili nei propri obiettivi, risultano meno vulnerabili agli effetti negativi dell’ageismo Come venivano considerate le persone anziane nella preistoria? Nelle società primitive, la vecchiaia non era associata a stigmi, ma piuttosto alle esperienze. Studi osteologici, dentali e archeologici confermano le pratiche di cura, l’aumento della longevità e il valore sociale degli anziani e dei sopravvissuti a incidenti gravi. In questi casi, l’intero gruppo deve aver partecipato a un adattamento della dieta e della mobilità. A che età si era considerati “vecchi” nella preistoria? Nelle comunità preistoriche, raggiungere i 40 anni era già un traguardo importante. In assenza di criteri cronologici assoluti, si usano indicatori biologici e funzionali. Tra questi, l’usura estrema dei molari o la perdita completa dei denti senza sostituzione. In alcuni casi, si verifica anche un rimodellamento dell’osso mascellare, a indicare che l’individuo è sopravvissuto a lungo senza denti funzionali. Allo stesso modo, i cambiamenti scheletrici associati a osteoartrite, osteoporosi, degenerazione vertebrale o la formazione di osso aggiuntivo in risposta allo stress articolare (esostosi) sono indicativi dell’età. Possono essere utilizzate anche altre circostanze, come il confronto con i modelli di mortalità all’interno di un gruppo. Se la durata media della vita di un gruppo umano è di 25-30 anni e compare un individuo di 45-50 anni, quell’individuo può essere considerato relativamente anziano. Ci sono esempi concreti di anziani o individui con disabilità sopravvissuti a lungo? Sì. Vi sono alcuni casi emblematici: Homo erectus di Dmanisi (1,8 milioni di anni fa): sopravvisse per anni senza denti funzionali, il che implica sostegno da parte del gruppo. Shanidar 1 (Neanderthal, oltre 50.000 anni fa): visse fino a circa 40 anni con gravi traumi, amputazioni e sordità, prova evidente di cure comunitarie. Dolní Věstonice 15 (Repubblica Ceca): giovane adulto con anomalie e osteoartrite, mantenuto in vita grazie al supporto collettivo. “Tina” di Atapuerca: bambina Neanderthal con sindrome di Down, sopravvissuta fino ai 10 anni. Questi esempi mostrano come la cooperazione fosse fondamentale per la sopravvivenza dei gruppi. Quale ruolo avevano le donne anziane? Le donne sono spesso invisibili nei dibattiti scientifici sulla preistoria, sia per la scarsità di resti completi sia per pregiudizi moderni. Tuttavia, ricerche recenti hanno messo in luce la loro importanza: L’ipotesi della nonna (Kristen Hawkes, 1998) suggerisce che la menopausa abbia avuto un ruolo evolutivo, permettendo alle donne anziane di contribuire alla cura dei nipoti e alla trasmissione delle conoscenze. Cat Bohannon, in Eva (2025), evidenzia la maggiore longevità femminile e il valore delle donne come custodi di saperi legati alla sopravvivenza: crisi, parto, alimentazione. Che cosa ci insegna la vecchiaia nella preistoria? La preistoria mostra che anziani, donne e individui fragili non erano esclusi, ma riconosciuti come parte essenziale della comunità. Rendere visibili queste figure non è solo un compito scientifico, ma anche educativo: arricchire le narrazioni sul passato permette di dare maggiore dignità e riconoscimento alle persone anziane anche nel presente. Dr. Walter La Gatta Fonte principale The Conversation Immagine Foto di Mehmet Şimşek [...] Read more...

Percorsi psicologici

Ci sono momenti in cui qualcosa cambia: nelle relazioni, nel desiderio, nella sicurezza personale. Ci si sente meno spontanei, più tesi, oppure distanti da ciò che prima sembrava naturale.

A volte è una difficoltà nella relazione di coppia, altre volte riguarda la sfera intima, la fiducia in sé o il modo di vivere il rapporto con l’altro/a. Spesso si prova a gestire tutto da soli, senza trovare una soluzione stabile.

Un percorso psicologico e sessuologico permette di comprendere in profondità questi cambiamenti e intervenire in modo concreto, ritrovando equilibrio, sicurezza e una nuova qualità nella vita relazionale.

IPNOSI TERAPEUTICA CON IL DR. WALTER LA GATTA

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Ipnosi Clinica Terapeutica

L’ipnosi clinica è uno strumento terapeutico utilizzato all’interno del percorso psicologico per favorire cambiamenti profondi e stabili, agendo su emozioni, schemi mentali e reazioni automatiche.

Nel lavoro clinico viene utilizzata per aiutare la persona a ridurre sintomi come ansia, fobie e blocchi emotivi, e per intervenire su dinamiche inconsce che influenzano il comportamento quotidiano.

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Quando è utile

  • Fobie specifiche e ansia anticipatoria
  • Blocchi emotivi e difficoltà decisionali
  • Disturbi psicosomatici legati allo stress
  • Ansia da prestazione (anche sessuale)
  • Difficoltà legate a traumi o esperienze passate

Come viene integrata nel percorso

L’ipnosi clinica non è una tecnica isolata, ma viene integrata all’interno del percorso psicoterapeutico quando clinicamente indicato. Questo permette un lavoro più rapido e profondo, sempre Qnel rispetto dei tempi e della struttura psicologica della persona.

Un approccio clinico che unisce consapevolezza, tecnica e lavoro sull’inconscio.

Un lavoro mirato, orientato al cambiamento

Il mio approccio è centrato sulla persona e costruito su misura, con l’obiettivo di ottenere risultati concreti. Il percorso non è mai generico: ogni intervento è calibrato sulle caratteristiche individuali, sulle esperienze e sugli obiettivi specifici.

Lavoro integrando strumenti psicoterapeutici, tecniche di gestione dell’ansia e, quando utile, ipnosi clinica, per intervenire in modo efficace su blocchi emotivi, difficoltà relazionali e problematiche legate alla sessualità.

Quando iniziare un percorso

Quando si avverte un calo del desiderio, una difficoltà nella performance, tensione nei momenti intimi o una crescente distanza nella coppia, è importante non ignorare questi segnali.

Anche insicurezza, ansia, difficoltà nel rapporto con l’altro/a o schemi relazionali ripetitivi possono essere affrontati e trasformati attraverso un lavoro mirato e progressivo.

Ovunque ci sia una linea Internet
una terapia online è possibile.

Terapie online ovunque tu sia Dr Walter La Gatta

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Terapia Online: riservatezza ed efficacia

La terapia online consente di iniziare un percorso in modo discreto e flessibile, mantenendo la stessa efficacia del lavoro in presenza. Offre uno spazio protetto, accessibile ovunque, in cui affrontare anche tematiche più delicate con maggiore tranquillità.

È una modalità particolarmente adatta quando si desidera conciliare impegni personali e professionali, senza rinunciare alla continuità del percorso.

Un primo passo concreto

Affrontare certe difficoltà può sembrare complesso, ma spesso è proprio il primo confronto a fare chiarezza. Comprendere cosa sta accadendo è il punto di partenza per costruire un cambiamento reale.

 

I vantaggi della terapia online

  • Flessibilità totale degli orari.
  • Comodità: svolgi la seduta da casa o in viaggio.
  • Accessibilità: un terapeuta italiano anche per chi vive all’estero.
  • Privacy: riservatezza garantita tramite piattaforme sicure.

Aree di Intervento

Supporto
Psicologico

  • Ansia e Attacchi di Panico
  • Depressione e Disturbi dell’Umore
  • Difficoltà relazionali e di coppia
  • Bassa autostima e insicurezza
  • Gestione dello Stress

Sessuologia
Clinica

  • Calo del desiderio e Anorgasmia
  • Disfunzione erettile ed Eiaculazione precoce
  • Vaginismo e Dispareunia
  • Dipendenza da pornografia
  • Ansia da prestazione

 

RICERCA

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