Le esperienze fra la vita e la morte: una prospettiva psicologica

Le esperienze fra la vita e la morte: una prospettiva psicologica

Dr. Walter La Gatta

Le esperienze di premorte, spesso indicate con l’espressione inglese near-death experiences (NDE), rappresentano uno dei fenomeni più affascinanti e controversi studiati dalla psicologia, dalla medicina e dalle neuroscienze.

Si tratta di racconti di persone che hanno vissuto condizioni di morte apparente o di pericolo estremo, come arresti cardiaci, gravi traumi o stati di coma, e che successivamente riferiscono percezioni particolari, intense e spesso trasformative.

Negli ultimi decenni queste esperienze sono diventate oggetto di crescente attenzione scientifica perché toccano questioni fondamentali: la natura della coscienza, il funzionamento del cervello in condizioni estreme e il modo in cui gli esseri umani attribuiscono significato al confine tra la vita e la morte.

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Da quanti anni si studiano le sensazioni di pre-morte?

L’interesse scientifico sistematico per le esperienze di premorte nasce negli anni settanta. Un punto di svolta fu la pubblicazione, nel 1975, del libro La vita oltre la vita dello psichiatra statunitense Raymond Moody, che raccolse numerose testimonianze di persone sopravvissute a condizioni cliniche critiche. Moody osservò che molti racconti presentavano elementi sorprendentemente simili, indipendentemente dall’età, dalla cultura o dalla religione dei soggetti. Il suo lavoro diede impulso a un nuovo ambito di ricerca interdisciplinare che coinvolge psicologi, medici, filosofi e neuroscienziati.

Negli anni successivi furono sviluppati strumenti di valutazione più rigorosi, come la Near-Death Experience Scale elaborata dallo psichiatra Bruce Greyson negli anni ottanta, che permette di valutare in modo sistematico l’intensità e le caratteristiche delle esperienze riportate.

Cosa sono le esperienze di pre-morte, o NDE?

Le NDE sono esperienze soggettive riferite da persone che si sono trovate molto vicine alla morte dal punto di vista fisiologico oppure che hanno percepito la morte come imminente. Possono verificarsi durante arresti cardiaci, traumi gravi, emorragie, anestesia profonda o altre condizioni mediche critiche. Talvolta vengono riportate anche in situazioni non strettamente letali, ma caratterizzate da intensa paura di morire, come incidenti o situazioni di pericolo estremo.

Dal punto di vista psicologico, le NDE sono considerate stati di coscienza alterata caratterizzati da percezioni vivide, forte coinvolgimento emotivo e senso di realtà molto intenso. Le persone che le vivono spesso affermano che l’esperienza appare più reale della vita ordinaria.

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Ci sono caratteristiche comuni nelle esperienze di pre-morte?

Molte ricerche hanno evidenziato una serie di elementi ricorrenti nelle testimonianze. Tra i più frequentemente descritti vi sono la sensazione di uscire dal proprio corpo e osservare la scena dall’esterno, la percezione di attraversare uno spazio oscuro o un tunnel verso una luce intensa, un sentimento di pace profonda e di assenza di dolore, l’incontro con persone decedute o figure percepite come spirituali e la visione panoramica della propria vita, spesso descritta come una sorta di revisione esistenziale.

Alcuni individui raccontano anche un senso di unità con l’universo o con una realtà trascendente, accompagnato dalla percezione che il tempo non scorra nel modo abituale. Molti riferiscono infine l’idea di trovarsi a un confine oltre il quale non è possibile proseguire, e di essere stati in qualche modo “rimandati indietro” nel proprio corpo.

Uno studio condotto dal neurologo Kevin Nelson e pubblicato nel 2006 ha rilevato alcune frequenze indicative di questi elementi nelle testimonianze raccolte: la sensazione di pace è stata riportata da circa l’87 per cento dei partecipanti, la percezione di una luce intensa dal 78 per cento, la sensazione di trovarsi in un ambiente non ordinario dal 75 per cento e l’esperienza di uscita dal corpo dall’80 per cento. In oltre il 60 per cento dei casi è stata descritta un’alterazione della percezione del tempo.

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Queste esperienze in che modo cambiano la persona?

Molte persone che hanno vissuto una NDE riferiscono cambiamenti psicologici profondi e duraturi. Uno dei più frequenti è la diminuzione della paura della morte. Dopo l’esperienza, alcuni individui descrivono un rapporto più sereno con l’idea della fine della vita.

Altri cambiamenti riguardano l’aumento della spiritualità, anche indipendentemente da specifiche credenze religiose, e una maggiore attenzione alle relazioni umane e ai valori esistenziali. Alcuni riferiscono un aumento dell’empatia, del desiderio di aiutare gli altri e della ricerca di un significato più profondo nella propria vita.

Non tutte le conseguenze sono necessariamente positive. Alcuni individui sperimentano difficoltà di adattamento dopo il ritorno alla vita quotidiana. Possono sentirsi isolati, incompresi o incapaci di comunicare l’esperienza vissuta. In alcuni casi emerge un conflitto identitario, dovuto al contrasto tra la profondità dell’esperienza e la normalità della vita quotidiana. Il supporto psicologico o la partecipazione a gruppi di confronto può aiutare a integrare l’esperienza nella propria storia personale.

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È possibile studiare scientificamente queste esperienze?

Le NDE rappresentano una sfida per il metodo scientifico perché sono esperienze profondamente soggettive, difficili da osservare direttamente e spesso ricostruite attraverso il racconto retrospettivo dei soggetti. Nonostante queste difficoltà, negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi studi clinici, psicologici e neuroscientifici.

La ricerca si concentra su diversi aspetti: la frequenza delle esperienze, le condizioni mediche in cui si verificano, i correlati neurobiologici e gli effetti psicologici a lungo termine. Tuttavia, lo statuto epistemologico delle NDE rimane oggetto di dibattito. Alcuni studiosi sottolineano che non esistono prove empiriche che dimostrino la sopravvivenza della coscienza al di fuori del cervello, mentre altri ritengono che alcune osservazioni cliniche pongano interrogativi ancora aperti sul rapporto tra attività cerebrale e coscienza.

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Quali sono le principali spiegazioni scientifiche proposte?

Le spiegazioni avanzate per interpretare le NDE sono numerose e appartengono a diversi ambiti disciplinari.

Le ipotesi neurofisiologiche attribuiscono queste esperienze a specifici processi cerebrali che si verificano in condizioni estreme, come la riduzione dell’ossigeno al cervello, l’accumulo di anidride carbonica, il rilascio massiccio di neurotrasmettitori o l’iperattivazione di alcune aree cerebrali coinvolte nella percezione del corpo e dello spazio. Alcuni studi hanno evidenziato, ad esempio, che la stimolazione della giunzione temporo-parietale può produrre sensazioni simili alle esperienze extracorporee.

Le ipotesi psicologiche interpretano le NDE come meccanismi difensivi della mente. In situazioni di minaccia estrema, la coscienza potrebbe produrre immagini simboliche o stati dissociativi che permettono di ridurre l’angoscia e di mantenere una forma di continuità dell’esperienza.

Un’altra prospettiva sottolinea il ruolo della cultura e delle credenze personali. Le descrizioni delle NDE presentano elementi comuni, ma anche differenze significative tra le diverse tradizioni culturali. Le figure incontrate e le interpretazioni dell’esperienza spesso riflettono il contesto religioso o simbolico dell’individuo.

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno anche proposto modelli integrati che combinano fattori neurobiologici, psicologici e culturali, suggerendo che le NDE siano il risultato di processi complessi che coinvolgono simultaneamente il cervello, la mente e l’interpretazione simbolica dell’esperienza.

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Negli ultimi decenni il concetto di morte è cambiato?

Il concetto di morte ha subito una trasformazione significativa nel corso del XX e XXI secolo. In passato la morte era definita principalmente come l’arresto del cuore e della respirazione. Con lo sviluppo della medicina moderna e delle tecniche di rianimazione, questa definizione si è rivelata insufficiente.

A partire dagli anni sessanta è stato introdotto il concetto di morte cerebrale, definita come la cessazione completa e irreversibile di tutte le funzioni del cervello. Questo criterio è oggi utilizzato in molti paesi per stabilire legalmente il momento della morte.

Le tecnologie di monitoraggio cerebrale, come gli elettroencefalogrammi ad alta risoluzione e le tecniche di neuroimaging, hanno reso possibile osservare con maggiore precisione l’attività cerebrale anche in condizioni critiche. Ciò ha contribuito a una visione della morte non più come un istante preciso, ma come un processo graduale che coinvolge diversi sistemi dell’organismo.

Dr. Walter La Gatta
Psicologo – Psicoterapeuta – SessuologoDr. Walter La GattaRiceve in presenza ad Ancona, Fabriano, Civitanova Marche, Terni e Milano
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È possibile oggi sospendere il processo di morte?

Le moderne tecniche di rianimazione hanno effettivamente ampliato i limiti di ciò che in passato veniva considerato irreversibile. Procedure come l’ossigenazione extracorporea, l’ipotermia terapeutica e l’uso di farmaci neuroprotettivi consentono in alcuni casi di ripristinare la circolazione e salvare pazienti anche dopo periodi prolungati di arresto cardiaco.

Questi progressi hanno spostato la soglia della reversibilità della morte e hanno sollevato nuove domande etiche e scientifiche. Studi clinici, come il progetto AWARE guidato dal medico Sam Parnia, hanno cercato di indagare cosa accade alla coscienza durante l’arresto cardiaco. Alcuni pazienti hanno riportato ricordi o percezioni riferite a momenti in cui l’attività cerebrale avrebbe dovuto essere gravemente compromessa.

Parallelamente, lo sviluppo delle tecnologie digitali ha introdotto nuove forme di continuità simbolica dell’identità dopo la morte. Sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono ricreare modelli di linguaggio o avatar digitali a partire dai dati lasciati dalle persone, aprendo interrogativi sul rapporto tra memoria, identità e lutto.

Queste innovazioni rendono il confine tra vita e morte sempre più complesso da definire. La possibilità di prolungare o ripristinare alcune funzioni vitali pone domande cruciali: quando è opportuno interrompere i tentativi di rianimazione? Qual è il ruolo della qualità della vita nelle decisioni mediche? Come gestire le situazioni in cui il cervello mostra segni di attività residua ma la coscienza non è recuperabile?

Le esperienze di premorte, al di là delle interpretazioni che se ne possono dare, continuano dunque a rappresentare una finestra privilegiata per esplorare uno dei grandi misteri della condizione umana: il rapporto tra la mente, il cervello e il limite ultimo dell’esistenza.

CV DR. Walter La Gatta

Dr. Walter La Gatta

Principali Studi consultati

Greyson, B. (2010), Parnia, S. et al. (2014) Thonnard, M. et al. (2013)

Immagine
Foto di Magda Ehlers

Dr. Walter La Gatta

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