Quando gli uomini parlano al proprio pene

Quando gli uomini parlano al proprio pene

Molti uomini, almeno una volta nella vita, hanno rivolto la parola al proprio organo genitale. Alcuni lo fanno per scherzo, altri nei momenti di difficoltà, altri ancora gli attribuiscono addirittura una personalità autonoma.

Frasi come “Oggi non collabora”, “Mi ha tradito sul più bello” oppure “Ha deciso lui” fanno parte di un linguaggio sorprendentemente diffuso.

Può sembrare una semplice battuta, ma dietro questa curiosa abitudine si nasconde qualcosa di molto interessante sul modo in cui molti uomini vivono la propria sessualità, il proprio corpo e le relazioni di coppia.

Cerchiamo di saperne di più.

 

Psicoterapia • Sessuologia • Ipnosi Clinica

Dr. Walter La Gatta

Psicologo psicoterapeuta specializzato in sessuologia clinica.

Dr Walter La Gatta Psicoterapeuta Sessuologo Ancona

Una tradizione molto antica

L’idea che il pene possa essere considerato quasi una persona distinta dal suo proprietario non è affatto moderna.

La troviamo già nella letteratura classica.

Nel Satyricon di Petronio, considerato uno dei primi romanzi della letteratura latina, il protagonista Encolpio, dopo un episodio di impotenza, si rivolge al proprio organo genitale con rabbia e frustrazione, come se stesse rimproverando un servitore infedele.

Secoli dopo, Alberto Moravia costruirà addirittura un intero romanzo, Io e Lui, sul dialogo continuo tra un uomo e il proprio sesso, descritto come una presenza autonoma, capricciosa e spesso prepotente.

La persistenza di questo tema nella cultura suggerisce che esso risponda a qualcosa di profondamente radicato nell’esperienza maschile.

Perché gli uomini personificano il pene?

Dal punto di vista psicologico, attribuire caratteristiche umane a una parte del corpo può rappresentare un modo per dare senso a esperienze difficili da comprendere o controllare.

Il pene possiede una caratteristica particolare: può reagire indipendentemente dalla volontà cosciente.

Può entrare in erezione in momenti imbarazzanti e, al contrario, può non rispondere quando l’uomo desidererebbe che lo facesse. Questa apparente autonomia favorisce la tendenza a considerarlo come una sorta di interlocutore separato dal proprio io razionale.

In altre parole, parlare al proprio pene può essere un modo per dialogare con una parte di sé che sembra sfuggire al controllo.

 

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Il pene come simbolo della mascolinità

Per molti uomini il pene non rappresenta soltanto un organo sessuale.

Nel corso della storia esso è stato spesso associato alla virilità, alla forza, alla fertilità, al potere seduttivo e persino al valore personale. Fin dall’adolescenza molti maschi ricevono messaggi culturali che collegano il funzionamento sessuale alla propria identità di uomo. Per questo motivo eventuali difficoltà possono assumere un significato molto più ampio del semplice problema fisico.

Una temporanea difficoltà erettile può essere vissuta non come un episodio occasionale, ma come una minaccia alla propria immagine di sé.

 

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“Io volevo, lui no”

Molti uomini che sperimentano un episodio di disfunzione erettile raccontano una sensazione particolare: quella di sentirsi divisi in due. Da una parte c’è il desiderio, l’attrazione, la volontà di avere un rapporto sessuale. Dall’altra c’è il corpo che non risponde come previsto. Nasce così la percezione che il pene abbia una volontà propria.

Non è raro sentire espressioni come:

“La testa c’era, ma lui no.”

“Mi ha lasciato solo nel momento peggiore.”

“Ha deciso di non collaborare.”

Questa separazione simbolica permette all’uomo di spiegare una situazione che altrimenti potrebbe risultare difficile da accettare.

L’ansia da prestazione e il dialogo interiore

Quando si verifica una difficoltà sessuale, molti uomini iniziano a sviluppare un intenso dialogo interiore.

Si rimproverano, si giudicano, si incoraggiano o si criticano duramente. Parlare al proprio pene può diventare una manifestazione esterna di questo dialogo.

In alcuni casi il linguaggio utilizzato è sorprendentemente severo. L’uomo può vivere la difficoltà come un fallimento personale e attribuire al proprio corpo la responsabilità di una situazione che in realtà dipende spesso da fattori psicologici, emotivi o relazionali.

Stress, stanchezza, preoccupazioni, conflitti di coppia e ansia da prestazione possono infatti influenzare significativamente la risposta sessuale.

Quando il problema coinvolge la coppia

La tendenza a considerare il pene come un’entità separata non riguarda soltanto l’uomo. Anche il/ù partner può essere coinvolto nelle conseguenze emotive di una difficoltà sessuale.

Molte donne, ad esempio, interpretano un problema erettile come una perdita di interesse o di attrazione nei loro confronti. Alcuni uomini, dal canto loro, si vergognano e tendono ad evitare il dialogo, aumentando così l’incomprensione reciproca.

In realtà una difficoltà sessuale occasionale raramente è un indicatore affidabile della qualità della relazione. Comprendere che il funzionamento sessuale è influenzato da numerosi fattori può aiutare la coppia a evitare interpretazioni errate e inutili conflitti.

 

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Una parte del corpo o una parte della personalità?

La curiosa abitudine di parlare al proprio pene suggerisce che la sessualità maschile venga spesso vissuta come qualcosa che coinvolge profondamente l’identità personale.

Quando tutto funziona bene, questa identificazione passa inosservata. Quando emergono difficoltà, invece, molti uomini scoprono quanto la propria autostima sia legata alla percezione delle proprie capacità sessuali. Forse è proprio per questo che, da Petronio a Moravia fino alle battute tra amici dei nostri giorni, il pene continua ad essere trattato come un personaggio autonomo.

Non perché lo sia davvero, ma perché rappresenta simbolicamente una parte importante dell’immagine che molti uomini hanno di se stessi.

 

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APPROFONDIMENTO

Questo tipo di dialogo con il proprio organo genitale lo troviamo già in libri molto antichi, come nel Satyricon di Petronio.

Il Satyricon, pervenutoci solo in parte, è il primo esempio di romanzo della romanità. Come autore si indica comunemente quel Petronio che lo storico Tacito definiva arbiter elegantiae, un viveur squisito e colto, cinico e dotato di buon gusto, che dettava legge nel campo del saper vivere. Caduto in disgrazia presso l’imperatore Nerone, fu costretto a darsi la morte con gli aderenti alla congiura di Pisone, nel 65.

E’ interessante osservare come il protagonista del romanzo, Encolpio, divenuto improvvisamente impotente (cioè dopo un episodio di disfunzione erettile), parli anch’egli con il suo “lui” in questi termini:

Così, sollevandomi su di un gomito, apostrofai il contumace pressappoco con questa orazione:

“Che hai da dire, arnese indegno di essere nominato, vergogna di tutti gli uomini e di tutti gli dei? Meritavo forse che tu mi trascinassi all’inferno, quando già stavo per toccare il cielo col dito? Hai sciupato la mia giovinezza che fioriva nel suo primo rigoglio e mi hai gettato indosso la stanchezza dell’estrema vecchiaia! Avanti! Fammi vedere se sei morto davvero!”

Dopo che in un impeto d’ira ebbi detto queste cose, lo guardai e vidi che …

… Volgendo il capo
teneva l’occhio fisso al suolo
senza muovere ciglio al mio discorso,
più flessibile di un salice
più molle di un papavero.

Terminata questa feroce invettiva, cominciai a pentirmi delle mie parole, perché dimentico di ogni pudore, avevo ridicolmente dialogato con una parte del corpo che le persone serie non prendono neppure in considerazione.

Fonte: Petronio, Satiricon, trad. Piero Chiara, Mondadori

Dr. Walter La Gatta

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