L’Età anziana nella preistoria e l’ageismo di oggi

Oggi l’invecchiamento è spesso accompagnato da stereotipi e discriminazioni, tanto da essere riconosciuto dall’OMS come un problema sociale e sanitario. Ma non è sempre stato così. Nella preistoria, ad esempio, sopravvivere oltre i 40 anni era già un traguardo, e le persone anziane, insieme a chi presentava disabilità o ferite gravi, non erano emarginate: la loro presenza era invece considerata preziosa per la memoria collettiva e per la trasmissione di conoscenze. Cerchiamo di saperne di più.
Che cos’è l’ageismo e perché se ne parla oggi?
Secondo l’International Center on Ageing, il 40% dei disoccupati over 50 dichiara di aver subito discriminazioni basate sull’età. L’OMS segnala che una persona su cinque oltre i 50 anni ha vissuto episodi simili in ambito sanitario. Il termine “ageismo” sta diventando sempre più comune, per indicare le discriminazioni sociali rivolte alle persone anziane. Si tratta di una discriminazione benevola che infantilizza le persone anziane e le priva della loro autonomia e della loro voce, anche quando le intenzioni sono buone. Questa situazione porta a una minore autostima, al rifiuto e all’invisibilità sociale. Tuttavia, tutto ciò fa parte di un costrutto culturale recente.
Che impatto ha l’ageismo sulla salute mentale degli anziani?
L’ageismo è associato a peggiori condizioni psicologiche, tra cui depressione e ansia. Gli anziani con maggiore benessere psicologico, per esempio le persone ottimiste sull’invecchiare, sicure del proprio corpo e flessibili nei propri obiettivi, risultano meno vulnerabili agli effetti negativi dell’ageismo

Come venivano considerate le persone anziane nella preistoria?
Nelle società primitive, la vecchiaia non era associata a stigmi, ma piuttosto alle esperienze. Studi osteologici, dentali e archeologici confermano le pratiche di cura, l’aumento della longevità e il valore sociale degli anziani e dei sopravvissuti a incidenti gravi. In questi casi, l’intero gruppo deve aver partecipato a un adattamento della dieta e della mobilità.
A che età si era considerati “vecchi” nella preistoria?
Nelle comunità preistoriche, raggiungere i 40 anni era già un traguardo importante. In assenza di criteri cronologici assoluti, si usano indicatori biologici e funzionali. Tra questi, l’usura estrema dei molari o la perdita completa dei denti senza sostituzione. In alcuni casi, si verifica anche un rimodellamento dell’osso mascellare, a indicare che l’individuo è sopravvissuto a lungo senza denti funzionali. Allo stesso modo, i cambiamenti scheletrici associati a osteoartrite, osteoporosi, degenerazione vertebrale o la formazione di osso aggiuntivo in risposta allo stress articolare (esostosi) sono indicativi dell’età. Possono essere utilizzate anche altre circostanze, come il confronto con i modelli di mortalità all’interno di un gruppo. Se la durata media della vita di un gruppo umano è di 25-30 anni e compare un individuo di 45-50 anni, quell’individuo può essere considerato relativamente anziano.
Ci sono esempi concreti di anziani o individui con disabilità sopravvissuti a lungo?
Sì. Vi sono alcuni casi emblematici:
- Homo erectus di Dmanisi (1,8 milioni di anni fa): sopravvisse per anni senza denti funzionali, il che implica sostegno da parte del gruppo.
- Shanidar 1 (Neanderthal, oltre 50.000 anni fa): visse fino a circa 40 anni con gravi traumi, amputazioni e sordità, prova evidente di cure comunitarie.
- Dolní Věstonice 15 (Repubblica Ceca): giovane adulto con anomalie e osteoartrite, mantenuto in vita grazie al supporto collettivo.
- “Tina” di Atapuerca: bambina Neanderthal con sindrome di Down, sopravvissuta fino ai 10 anni.
Questi esempi mostrano come la cooperazione fosse fondamentale per la sopravvivenza dei gruppi.
Quale ruolo avevano le donne anziane?
Le donne sono spesso invisibili nei dibattiti scientifici sulla preistoria, sia per la scarsità di resti completi sia per pregiudizi moderni. Tuttavia, ricerche recenti hanno messo in luce la loro importanza:
- L’ipotesi della nonna (Kristen Hawkes, 1998) suggerisce che la menopausa abbia avuto un ruolo evolutivo, permettendo alle donne anziane di contribuire alla cura dei nipoti e alla trasmissione delle conoscenze.
- Cat Bohannon, in Eva (2025), evidenzia la maggiore longevità femminile e il valore delle donne come custodi di saperi legati alla sopravvivenza: crisi, parto, alimentazione.
Che cosa ci insegna la vecchiaia nella preistoria?
La preistoria mostra che anziani, donne e individui fragili non erano esclusi, ma riconosciuti come parte essenziale della comunità. Rendere visibili queste figure non è solo un compito scientifico, ma anche educativo: arricchire le narrazioni sul passato permette di dare maggiore dignità e riconoscimento alle persone anziane anche nel presente.
Dr. Walter La Gatta
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